“Come vedi, un MacGuffin non è nulla”. Durante una famosa e fondamentale conversazione intercorsa con Francois Truffaut, Hitchcock utilizzò queste parole per illustrare il significato di MacGuffin, noto stratagemma narrativo spesso presente nel cinema del cineasta britannico. In poche parole, il MacGuffin è un avvenimento o, più frequentemente, un oggetto presente nel racconto a cui viene attribuita inizialmente grande importanza dai personaggi, ma che in seguito si rivela irrilevante per il proseguo della narrazione. La busta contenente il denaro rubato dalla protagonista di “Psyco”, tipico esempio di MacGuffin, di apparente importanza iniziale si rivela completamente inutile venendo addirittura dimenticata col passare dei minuti, avendo l’unico e cruciale scopo di ingannare lo spettatore giocando con la sua attenzione. Diversi cineasti nel corso degli anni, per omaggiare Hitchcock, inserirono nei propri film oggetti aventi la funzione di MacGuffin, ad esempio la famosa valigetta dal misterioso contenuto in “Pulp Fiction” di Tarantino. C’è però un regista contemporaneo che con il suo ultimo grande film sembra essersi posto una particolare domanda: Cosa succederebbe se ad essere un MacGuffin non fosse un oggetto ma un personaggio del film? E se questo non fosse un personaggio qualunque, ma l’apparente protagonista? L’autore in questione è Paul Thomas Anderson, regista che ha già mostrato più volte la propria ammirazione per “il maestro del brivido” (il suo “Il filo nascosto” è un grandissimo omaggio ad Hitchcock) e che con il suo ultimo lavoro “Una battaglia dopo l’altra” ha scelto di mettere in scena un ambizioso ragionamento sulla contemporaneità attingendo dal linguaggio filmico del regista britannico. Il film, liberamente adattato dal romanzo di Thomas Pynchon "Vineland", vede come protagonisti Pat (Leonardo DiCaprio) e Perfidia (Teyana Taylor), due attivisti al comando di un gruppo politico di estrema sinistra, che si ritrovano a dover fronteggiare la minaccia portata dall’iconico colonnello Steven J. Lockjaw (Sean Penn), un suprematista bianco pronto a tutto pur di catturare la banda di rivoluzionari. Per apprezzare a pieno il ritratto della società americana (e non solo) che Anderson dipinge con grande maestria (non analizzeremo qui regia e montaggio del film, aspetti già ampiamente discussi e giustamente elogiati dalla critica mondiale) ci soffermeremo sulla parabola narrativa del personaggio protagonista, Pat, partendo dall’attore che lo interpreta. Leonardo DiCaprio, alla sua prima collaborazione con Paul Thomas Anderson, arriva a “Una battaglia dopo l’altra” dopo trent’anni di grande cinema, interpretando grandi personaggi diretti da grandi registi. Scorrendo la sua filmografia e ripensando ai diversi caratteri da lui portati in scena, non si possono non notare alcuni tratti ricorrenti: quasi solo ruoli da protagonista e, soprattutto, ruoli determinanti per il susseguirsi degli eventi raccontati, durante i quali qualsiasi snodo narrativo viene determinato dalle azioni dei suoi personaggi, finendo per canalizzare su di lui l’attenzione dello spettatore. Aver scelto DiCaprio per interpretare il protagonista di “Una battaglia dopo l’altra” risulta, pensando al film in maniera superficiale, in linea con quanto appena detto ma, osservando come il personaggio si relaziona col racconto in cui viene inserito, si può trovare l’ennesimo profondo legame tra il cinema di Paul Thomas Anderson e del sopracitato Alfred Hitchcock. Il personaggio interpretato da DiCaprio, Pat, è a tutti gli effetti il protagonista del film nel senso più classico del termine, costantemente presente in scena e, soprattutto, sempre impegnato nel tentare di cambiare le sorti della storia ma, a differenza di qualsiasi altro personaggio “DiCapriano”, incapace di modificare il corso degli avvenimenti con le proprio mani. Paul Thomas Anderson decostruisce il ruolo del protagonista in quanto tale, ricostruendone le caratteristiche a somiglianza di un MacGuffin. PTA sfrutta il magnetismo di DiCaprio per ingannare lo spettatore, portandolo a seguire attentamente un personaggio tanto affascinante quanto inutile, sempre in ritardo nei momenti cruciali (la maestosa sequenza dell’inseguimento in macchina finale ne è un esempio) e impegnato in sterili telefonate mentre i personaggi secondari (secondari solo in apparenza) permettono al racconto di proseguire. “Come vedi, un MacGuffin non è nulla” diceva Hitchcock, ed è la perfetta descrizione di un ingannevole personaggio facilmente eliminabile dall’equazione del racconto e incapace di combattere nelle continue battaglie citate nel titolo. Si sta forse dicendo che questa inutilità corrisponda ad un errore nella scrittura del personaggio? Per nulla, anzi, è proprio questo il punto, perché l’inutilità all’interno della storia diventa invece particolare fondamentale nel costruire il significato del film. “Una battaglia dopo l’altra” mette in scena un ritratto della società contemporanea ricco di ombre, dove da una parte abbiamo bianchi suprematisti sempre più pericolosamente attratti dal potere tramite l’annientamento di chi è diverso o in disaccordo, e dall’altra abbiamo un’idea di rivoluzione necessaria ma ancora troppo debole, che mette in prima linea persone pronte a tradire per il proprio tornaconto (vedi il personaggio interpretato da Teyana Taylor) oppure pavide e incapaci di andare oltre a futili grida di incitamento e ad ordigni detonati nel nulla. DiCaprio e il suo Pat sono il volto di questa società, un volto verso il quale davanti al grande schermo vorremmo urlare a gran voce chiedendo di agire, di cambiare attivamente le regole della storia, di smettere di essere un MacGuffin di un film hitchcockiano diventando invece protagonista del proprio destino. Tra le ombre mostrate da Anderson, però, c’è anche qualche luce, in un finale dove l’unica speranza di rivoluzione per chi non è mai stato realmente rivoluzionario rimane farsi da parte, lasciando che siano le nuove generazioni a farsi avanti nel tentativo di combattere per cambiare la propria storia, una battaglia dopo l’altra.
Michele Biocotino