Riceviamo e con piacere pubblichiamo questo articolo di Federica Severo
Vi sono cineasti capaci di riconoscere nella settima arte non soltanto un mezzo di rappresentazione del reale, ma uno straordinario dispositivo di indagine della condizione umana, attraverso il quale sondare le contraddizioni della contemporaneità e conferire forma a ciò che spesso sfugge alla coscienza collettiva. Alejandro González Iñárritu, cineasta messicano che ha elevato l’intensità espressiva e la ricerca formale ai due principi cardine della propria poetica cinematografica, rendendo l’immagine uno strumento privilegiato di riflessione estetica, politica ed esistenziale.
Digger approda nelle sale cinematografiche italiane nell’ottobre 2026, Iñárritu consegna allo spettatore un’opera di rara ambizione, capace di rivendicare la potenza del cinema in merito all’esperienza estetica, intellettuale e collettiva. Una pellicola imprescindibile, la cui visione in sala si configura come esercizio di partecipazione critica, imponendo un confronto diretto con le contraddizioni di un presente prossimo alla distruzione.
Non è la prima volta in cui il regista messicano si confronta con l’illusoria e sfacciata pretesa dell’essere umano di assoggettare la natura alla propria volontà e smania di dominio. In The Revenant (2015), la natura si rivela come presenza assoluta e sublime, capace di svelare la vulnerabilità dell’uomo di fronte a essa. In Digger il cineasta crea una dialettica tra l’essere umano e la natura, l’individuo è persuaso dalla convinzione di poter esercitare un dominio assoluto sul mondo, la natura si erige a forza a cui l’uomo soccombe e diventa anche il luogo nel quale si manifestano le conseguenze materiali della sua ambizione economica e della sua poca moralità.
L’opera cinematografica è un complesso dispositivo meta-teatrale, nel quale la messa in scena si sviluppa tramite differenti livelli di finzione. L’artificio non viene dissimulato con un tentativo di restituire una realtà illusoria fittizia. La pellicola porta lo spettatore ad interrogarsi sul confine, sempre più labile, tra finzione e realtà. L’operazione di Iñárritu, perciò, appare tanto ambiziosa quanto rischiosa, costruisce una rappresentazione artificiale che restituisce una realtà storica e politica più che concreta. Lo spazio visivo appare costruito, rarefatto e soprattutto artefice di un’immagine di natura idealizzata sulla quale incombe la minaccia della distruzione.
Iñárritu crea una satira grottesca ma estremamente in linea con le politiche contemporanee e i rischi di apocalisse. Al centro di questo universo si posiziona Digger Rockwell, magnificamente interpretato da Tom Cruise, tra una marcata espressività corporea e una modulazione vocale accentuano la dimensione caricaturale. Si verifica un’oscillazione tra comicità e orrore, un’alternanza tra il paradosso e la brutalità. L’aspetto più angosciante risiede nella catastrofe, non proiettata in un futuro remoto, ma concepita come estremizzazione di processi economici, politici e ambientali, ampiamente riconoscibili nel presente.
È tuttavia nella sequenza del discorso pronunciato da Digger, all’interno dell’aula istituzionale, che tale riflessione diventa estremamente incisiva. Attraverso un piano-sequenza, Iñárritu affida a Tom Cruise il compito di sostenere una delle più spietate provocazioni ideologiche dell’opera. Un confronto nel quale colpe, menzogne e verità vengono portate alla luce. Digger rovescia brutalmente i rapporti di responsabilità, diventa un accusatore della collettività. Le sue parole denunciano l’ipocrisia di un sistema politico ed economico nel quale il profitto ha subordinato a sé ogni principio etico e morale. Mentre il presidente degli Stati Uniti appare ridotto a una macchietta, incapace di assumersi le proprie responsabilità. È proprio nella contraddizione del protagonista che risiede la forza perturbante della sequenza: l’uomo che incarna gli eccessi del capitalismo estrattivo denuncia una società che continua ad alimentarlo attraverso le proprie abitudini di consumo.
Il piano-sequenza diviene così il culmine di un dispositivo cinematografico teatrale e politico, nel quale la continuità della ripresa e il potere persuasivo della parola finiscono per coinvolgere direttamente lo spettatore. Iñárritu costruisce una dimensione artificiale per restituire un presente di inquietante verosimiglianza. Di fronte allo spettacolo della propria possibile distruzione lo spettatore non può limitarsi a guardare: è chiamato a riconoscersi in ciò che vede.
Federica Severo