Romano del 1913, Ercole Brini si forma all'Accademia di Belle Arti e per tutta la vita tiene insieme due anime che raramente convivono in un solo artista. Prima ancora di dedicarsi al cinema, negli anni Cinquanta conduce una fortunata carriera espositiva nell'arte "alta", quella delle gallerie e delle mostre, costruendosi una reputazione di pittore vero e non di semplice illustratore. È anche un abilissimo grafico pubblicitario, particolarmente apprezzato per i suoi manifesti di prodotti di bellezza, un settore che richiede eleganza, sintesi e quella leggerezza di tocco che diventerà la sua cifra anche nel cinema.
Mentre i grandi cartellonisti romani, da Anselmo Ballester ad Alfredo Capitani, costruivano immagini di forte impatto realistico e drammatico, Brini sceglie la strada opposta: atmosfere rarefatte, accenti fiabeschi, composizioni sciolte che suggeriscono più di quanto mostrino. Bastano pochi tratti liquidi per evocare ciò che resta fuori dall'inquadratura.
Quando la tecnica più fragile diventa un marchio di fabbrica
C'è uno strumento che nessun pittore di cinema avrebbe mai osato usare per un poster: l'acquerello. Troppo fragile, troppo delicato, troppo poco "gridato" per un'immagine che deve fermare il passante da lontano. Brini fece esattamente il contrario di quello che la logica del mestiere suggeriva, e proprio per questo divenne uno dei più originali interpreti della cartellonistica cinematografica italiana. Le sue trasparenze liquide, i suoi colori che sembrano respirare, le sue figure appena accennate che lasciano allo sguardo il compito di completarle: tutto questo fece dell'acquerello non un limite ma una firma inconfondibile.
La qualità del suo lavoro varcò presto i confini nazionali. Il suo talento aveva colpito Adolph Zukor, il leggendario patron della Paramount, che nel 1952 lo invitò negli Stati Uniti per realizzare alcuni bozzetti: uno di questi venne scelto per illustrare Il cavaliere della valle solitaria con Alan Ladd. Quello che doveva essere un soggiorno breve si trasformò in un'esperienza di sei mesi, e Brini fu talmente apprezzato che due anni dopo tornò di nuovo oltreoceano. Realizzò i manifesti di praticamente tutti i film di Audrey Hepburn, di cui fu uno degli interpreti grafici prediletti. Si spense a Roma il 4 luglio 1989.

Colazione da Tiffany (Blake Edwards, 1961)
La locandina di Colazione da Tiffany è forse l'immagine più celebre di Brini, e ha contribuito a costruire il mito di Audrey Hepburn. Il volto dell'attrice, reso con l'inconfondibile acquerello stilizzato, è elegantissimo: il guanto rosso, il lungo bocchino, la collana azzurra, l'acconciatura raccolta. Tutto è sintetizzato in pochi tratti essenziali che catturano la grazia e l'ironia di Holly Golightly. Due eleganze, quella dell'attrice e quella del pittore, che si incontrano e si esaltano a vicenda.

La miliardaria (Anthony Asquith, 1960)
Nel poster de La miliardaria, con Sophia Loren e Peter Sellers, Brini gioca su un fondo verde acqua e su una figura di grande verve. La Loren domina la scena con un enorme cappello rosso a tesa larga, il lungo bocchino, il guanto rosso e la stola di pelliccia, in una posa di sofisticata civetteria. In alto, due riquadri fotografici virati al giallo introducono le scene di commedia. Un'immagine spiritosa e mondana, che traduce in acquerello tutto il glamour della protagonista.

Nenè (Salvatore Samperi, 1977)
La locandina di Nenè di Salvatore Samperi mostra il Brini più tardo e sperimentale. Su un fondo chiaro, due figure femminili si sovrappongono: il volto pensoso di una ragazza, reso a pennellate verdi e azzurre, e in primo piano un corpo disteso dipinto con campiture piatte di tono caldo. La composizione, sciolta e moderna, gioca sul contrasto tra le due figure e mantiene quella trasparenza acquerellata che resta la firma dell'artista anche negli anni Settanta.
Un maestro da riscoprire
Brini lasciò un'eredità stilistica unica nel panorama dei pittori di cinema italiani. La sua scelta dell'acquerello, tecnica fragile e antieroica, fu una dichiarazione di poetica prima ancora che una scelta tecnica: un modo per dire che il manifesto cinematografico poteva essere leggero senza essere superficiale, delicato senza essere debole, poetico senza rinunciare all'efficacia comunicativa. Oggi rivalutato da collezionisti e studiosi di tutto il mondo, resta l'artista che seppe trasformare un'apparente debolezza nel suo punto di forza, dimostrando come bastino pochi tratti liquidi per raccontare un intero film.