Da ormai diversi anni longtake cura una parte del corso di Film Critic & Festival Programmer della Civica Scuola Luchino Visconti di Milano. Durante le lezioni abbiamo chiesto alle studentesse e agli studenti di scrivere una loro recensione personale di un film a loro scelta. Ecco quella di Lazzaro felice scritta da Olga Raimondo.
"If you're kind and polite, the world will be right" diceva zia Lucy a Paddington per aiutarlo ad affrontare i momenti più difficili in città, sapendo che si sarebbe potuto sentire solo, lontano dal Perù, ed escluso per la sua diversità. Il povero Lazzaro, invece, non ha nessuna amorevole zia al suo fianco; la Rohrwacher infatti lo lascia solo in un mondo crudele, che lo sfrutta per la sua gentilezza incondizionata verso il prossimo.
Il nostro protagonista è grato di stare al mondo e di poter sempre aiutare la sua presunta famiglia, nonostante nessuno lo riconosca come figlio e tutti si approfittino del suo essere ingenuo.
Lazzaro Felice (2018) è un sogno febbrile che ricorda temi già affrontati dalla regista. Con il suo stile fiabesco, infatti, riesce a farci immergere in realtà semplici, storie di famiglie disfunzionali e persone umili (come ne Le Meraviglie, 2014). Interessante notare come i protagonisti, oltre alla onnipresente sorella Alba Rohrwacher, siano quasi sempre dei bambini (Le Pupille, 2022), come se solo loro fossero genuini abbastanza, inconsapevoli dei problemi della società e capaci di raccontare tanta crudezza in maniera dolce e poetica.
Forse gli unici non ancora violati dalla cattiveria del mondo, proprio come la dimora nel film, chiamata l'Inviolata. Magari dovuto dalla purezza incontaminata del luogo o per l'estrema esclusione sociale a cui sono forzati, o ancora per l’ironia del fatto che venissero schiavizzati a loro insaputa.
Le storie di Alice Rohrwacher, quindi, funzionano bene a prescindere dal loro tempo. Grazie alle tecniche di ripresa e alle ambientazioni rurali, la narrazione lenta e le luci naturali, trasmette un’atmosfera antica, quasi magica, nonostante siano dei film attuali e con una chiara critica alla società ingiusta e materialista in cui viviamo (vedi anche La Chimera, 2024).
I contadini devono rinunciare al poco che avevano, per avere ancora di meno: nonostante la vita in città fosse più promettente, la modernità ha reso la "schiavitù" legale, quasi impercettibile, obbligando i personaggi a vivere in condizioni pessime.
Lazzaro, ragazzo sempre sorridente, o quasi, viso sporco, carnagione abbronzata, capelli bruni e ricci (spesso iconografia del male o del brutto) con una blusa bianca che col tempo perde il suo candore, potrebbe provare a opporsi e invece, con il suo sguardo incantato, rimane sempre una presenza positiva in opposizione a Tancredi: figlio della "padrona", unico amico di Lazzaro, ma allo stesso tempo unico motivo per cui il suo sorriso verrà sostituito dalle lacrime. Lui è biondo, pulito, pettinato, vestiti dark, viziato e sempre a lamentarsi. Durante i loro dialoghi ci viene sempre mostrata la netta differenza delle classi sociali: la cinepresa inquadra Tancredi dal basso come se l'osservatore, ossia i contadini, fossero a un livello inferiore, al contrario la superiorità del giovane ricco si nota perché guarda tutti gli altri dall'alto.
I mezzadri sono in sintonia con la terra e la natura, infatti più volte utilizzano l'escamotage del vento, soffiando via per proteggersi dal male ma in particolare Lazzaro ha una speciale connessione con la Luna, che è sempre pronta ad ascoltarlo, e con il lupo che, come ci narra Antonia, dopo aver annusato l'odore di uomo buono diventa una sorta di suo angelo custode. Non solo "parla" con gli animali come San Francesco, ma prende il nome di un personaggio biblico noto per essere risorto: Rohrwacher affronta il tema del sacro e ci porta quasi un miracolo, perché è come se la sua gentilezza vincesse sulla morte e la sua forza d'animo lo riportasse dai suoi cari, ormai però cresciuti e disumanizzati a causa delle loro condizioni di vita. Quando persino Antonia lo rinnega, affermando quanto fosse inutile, sta ufficialmente perdendo l'ultimo briciolo di giustizia e bontà che le erano rimaste in cuore: si è resa conto che in quel mondo bisogna essere bestie per sopravvivere, non persone oneste.
Nonostante le cattiverie subite, in Lazzaro persiste la fede nell'umanità, grazie alla sua amicizia con Tancredi. Quando però questa sembra cedere, ci aspettiamo ira, vendetta, odio, mentre invece finisce come un martire, che in onore di un giuramento fatto col suo vecchio amico (che gli ha voltato le spalle come chiunque altro) finisce oppresso ed eliminato dalla società, proprio come San Francesco, e proprio come il lupo, che venne cacciato dal branco.
La regista ci lascia con un finale dolce amaro, culminante con una corsa verso la cinepresa: simbolo di libertà, allontanamento dalla società e dalla sua freddezza. È un ritorno alla natura, alla vita. Il lupo è speranza come lo era stato Lazzaro, si contrappone all'omologazione sociale, in quanto la vera minaccia è spesso l'uomo erudito, non l'animale selvaggio, non l'ingenuo, non il diverso… e neanche l'orsetto peruviano.
Olga Raimondo