Riceviamo e con piacere pubblichiamo questo approfondimento di Federica Severo
Christopher Nolan decide di confrontarsi con una delle opere magistrali e fondative della cultura occidentale, portando sullo schermo l’Odissea con il fine di interrogare il significato stesso del mito. Tuttavia, non mantiene una fedeltà letterale al poema omerico, ma ne conserva l’ossatura, rendendo l’opera un’indagine sulla coscienza di un uomo consumato dalla guerra, dalla hybris e dal peso delle proprie decisioni.
Laddove Omero costruisce il racconto del nostos, il ritorno a casa, Nolan si concentra sulla sfera più intima; nell’immaginario omerico, è un concetto molto più profondo legato al recupero alla propria identità, alla personale dimensione umana e alle singole origini. L’attenzione del cineasta, invece, si sofferma sulle ferite e i sensi di colpa che Odisseo porta con sé. Non a caso, il vero punto in cui il film trova la sua ragion d’essere è l’incontro con Tiresia, il canto delle Sirene e il passaggio tra Scilla e Cariddi. Tralasciando la vicenda omerica, estremamente avvincente, Nolan trasforma questo viaggio itinerante di Ulisse in una discesa nell’interiorità. Più precisamente, le espressioni riportate dal protagonista stesso, legato all’albero della nave mentre ascolta il canto delle Sirene, permettono di comprendere il suo essere, il suo stato d’animo ma soprattutto la sua crisi identitaria:
«Tutto ciò che avresti voluto essere, e poi tutto ciò che avresti desiderato non desiderare mai. Era un prurito delizioso che vuoi grattare, ma che trovi sotto la pelle e non riesci a raggiungere. Così il prurito diventa insopportabile. Ti diceva che ciò che desideri di più è ciò che non puoi avere, e che ciò che non puoi avere più di ogni altra cosa è ciò che avevi già e hai perduto. Era un canto di tutte le promesse che non sono riuscito a mantenere. E mi ha detto che forse non voglio davvero tornare a casa...»
Il nostos di Odisseo, oltre a configurarsi come un’epopea, diventa un’indagine sul trauma del ricongiungimento. Non risulta, dunque, casuale che il centro emotivo del film si riscontri in tre tappe precise, nelle quali il piano dell’avventura mitologica lascia progressivamente spazio a una discesa nella coscienza del protagonista.
Nell’Ade, davanti alla memoria dei caduti, Odisseo non placa mai la sua sete di conoscenza, pur prendendo coscienza del peso delle proprie azioni. Nolan costruisce un personaggio contraddittorio: da un lato il condottiero descritto da Omero, dominato da una curiosità sfacciata e sfrontata, dall’astuzia e dal desiderio di oltrepassare ogni limite; dall’altro, un uomo tormentato, fragile e curvo sulle decisioni prese. Un eroe incompleto, sospeso tra grandezza e vulnerabilità. Il regista decostruisce il concetto stesso di eroe, nell’opera omerica è in particolare modo metis, ovvero intelligenza e astuzia. La sua grandezza nasce dalla mente e da una sete implacabile di sapere, ed è proprio qui che Nolan si interroga sulla natura dell’eroismo moderno, oggigiorno contraddistinto dalla incapacità di trovare un luogo definitivo a cui appartenere.
Dante collocò Ulisse nell’Inferno, a causa della sua insaziabile sete conoscitiva e sembrerebbe che Nolan si sia posto il medesimo quesito. Proprio per questo motivo, l’Odissea, pur essendo un pilastro letterario, non parla del singolo personaggio eroico del mito; bensì, nell’immaginario del grande acheo si racchiude un'intera umanità, quella attuale. L’opera non aderisce completamente al testo originale: vuole essere mera interpretazione, ma si mostra come lettura politica del mito e un’introspezione psicologica dell’individuo odierno. Il film applica in senso mitologico le ferite della guerra, del senso di colpa, della perdita e del disorientamento identitario. Nella condizione di Odisseo si riflette la condizione umana contemporanea: uomini attraversati dal trauma, dalla perdita e dall’incapacità di trovare un luogo definitivo a cui appartenere.
Il mito diventa così uno strumento privilegiato per interpretare e comprendere il nostro tempo. L’Odissea continua a parlare ai popoli del presente, pur appartenendo a un passato remoto: nelle sue inquietudini riconosciamo le nostre, dal desiderio di ritorno alla difficoltà di ricominciare, fino alla costante ricerca di un’identità.
Federica Severo