Il Pamir a Venezia: Giffoni Innovation Hub e Avventure nel mondo presentano “Avventure in primo piano”
03/09/2026

Un gruppo di motociclisti, lande desertiche e incontaminate da esplorare in compagnia di due esperte guide locali. E una regia che, rispettosa e in silenzio, cattura il roboante suono dei loro veicoli, provando al contempo ad abbracciare la vastità dei paesaggi che ne fanno da sfondo. Basterebbero questi pochi elementi per descrivere l’essenza del documentario “Il tetto del mondo” del regista Niccolò Donatini, ambientato nell’altopiano del Pamir (Tagikistan) e presentato durante l’ottantatreesima edizione della Mostra del Cinema di Venezia, all’interno degli spazi di Villa Giffoni affacciata sul mare.

Ma ciò non renderebbe giustizia alla natura del progetto, alle fatiche dei produttori coinvolti nella sua realizzazione, alla bontà dello scopo perseguito. Per cui, aggiungiamo che questo corto è la giusta risposta a una call dedicata a registi emergenti lanciata da Giffoni Innovation Hub e Avventure nel mondo, dal titolo “Avventure in primo piano” La prima di queste due realtà non necessita di alcuna introduzione, la seconda da oltre cinquant’anni propone viaggi di gruppo pensati per scoprire i Paesi con curiosità, rispetto e sguardo aperto; battendo itinerari spesso fuori dalle rotte più battute, dove la convivenza tra partecipanti, il contatto con i territori e le popolazioni locali richiedono di adattarsi al luogo visitato, ai suoi ritmi e ai suoi limiti. Non a caso, il progetto di “Avventure in primo piano” conta, oltre a questo, altri tre documentari ambientati rispettivamente in luoghi quasi mitologici come il Nepal, l’Islanda e l’Africa Australe.

Scambiando due chiacchiere con il regista, scopriamo che il documentario nasce da un’esigenza precisa: raccontare le persone del posto. In questo caso, i due “Ciceroni” locali che accompagnano un gruppo di motociclisti italiani lungo la steppa del Pamir: Nas e Sharif. E questo anche per una necessità pratica: in assenza di una sceneggiatura e con le moto che sfrecciavano troppo veloci per poter essere catturate dalla cinepresa, non rimaneva che rivolgere l’attenzione a ciò che invece ad essa non poteva sfuggirvi: ossia Sharif e Nas, alla guida della Jeep a capo della spedizione.

Le difficoltà lungo il cammino (ops, viaggio), sono stati molteplici, ci racconta Niccolò Donatini: per esempio, lo stare più giorni di fila senza corrente o il gestire la polvere onnipresente che martoriava in continuazione l'attrezzatura. Eppure, la naturalezza con cui i protagonisti hanno deciso di porsi dinanzi alla macchina da presa ha giovato molto, contribuendo ad un’opera di nobile realizzazione e al contempo un ricordo condiviso tra chi vi ha attivamente partecipato.

L’intento del regista è chiaro e traspare dalla visione dell’opera: esaltare l'elemento umano di un gruppo di amici motociclisti che vivono un'esperienza tanto adrenalinica quanto catartica. Non tanto un’avventura, quanto piuttosto un “viaggio di conoscenza”, come riporta uno di loro all’interno del documentario stesso. Il montaggio è poi fondamentale poiché alterna sapientemente momenti conviviali, rincorsi dal regista nella loro semplicità, e maestose panoramiche impresse nell’obiettivo come fotografie a rimarcare quel senso di sospensione che avvolge chi si trovi ad attraversare luoghi così magici.

Enrico Riziero

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