La Mesías, serie spagnola del 2023, è creata, prodotta, scritta e diretta da Javier Ambrossi e Javier Calvo, noti come “los Javis” e fondatori della casa di produzione Suma Content; i due artisti, entrambi con esperienze attoriali, lavorano da anni insieme, condividendo il successo di numerosi progetti teatrali, cinematografici e televisivi come Paquita Salas, nata come webserie, diventata di grande successo e ora disponibile su Netflix, e Veneno, biopic sulla cantante transgender Cristina Ortiz Rodriguez.
La Mesías parte da un momento fondamentale, la scoperta di un video virale di un gruppo pop cristiano composto da sei sorelle, e racconta la storia di una famiglia isolata dal mondo e di una madre ossessionata dalla fede. Il racconto segue, negli anni, la storia di figli cresciuti tra paura e musica religiosa, concentrandosi in particolare sui segni lasciati da un’infanzia di fanatismo religioso e di oppressione di una madre con deliri messianici nei due figli più grandi: Enric ed Irene, tormentati e irrisolti in una vita “normale” che non riescono a vivere. Affrontare il passato che torna con forza li obbliga a fare i conti con ciò che hanno subito ma anche con ciò che sono diventati, e riaprire vecchie ferite è l’unico modo per provare a guarire; le ferite dell’infanzia però non si rimarginano facilmente e il trauma si incarna nei loro corpi, nei gesti, nei silenzi.
La serie si compone di sette episodi di lunga durata e questo fa sì che i due registi abbiano il tempo per seguire tutte le varie narrazioni dei personaggi in modo completo, coerente e con i giusti tempi; nulla è solo accennato, tutto è raccontato, attraverso intrecci e strade complesse che scuotono, inquietano e commuovono. È un racconto che non vuole spiegare, ma far sentire, e si sente intensamente la ferita aperta dell’essere intrappolati in una dimensione altra dove il fanatismo infesta l’aria che si respira e solo la musica può essere illusione di libertà e possibile via di fuga. La forza di ogni episodio, denso di emozione e tensione, è feroce e disturbante; un groviglio di temi, che è dramma familiare, racconto di ossessioni e fanatismi religiosi, horror e sci-fi su incontri con alieni.
Lo spettatore segue le vicende con cuore pesante e animo tormentato e discende lucidamente, come i personaggi, nell’oscurità domestica di una famiglia che reprime e silenzia; così come è silenzio tutto ciò che circonda il nucleo familiare, isolato, senza conoscenza del mondo e senza che il mondo lo conosca. I figli (tutte sorelle eccetto un maschio, il più grande d’età) vivono in un mondo malato dove esiste solo il dogma e l’obbedienza e dove la crescita avviene in un ambiente totalmente chiuso, senza contatti esterni, sotto l’influenza totalizzante della madre, che crede di essere stata scelta da Dio per una missione superiore.
Onora tua madre. È l’espressione della vera religione seguita dalla famiglia.
Questa figura materna, cuore oscuro della famiglia, così presente ma anche così assente, così forte ma al tempo stesso debole, così assolutistica in tutte le sue decisioni, sarà colei che distrugge e che salva, che respinge e che accoglie; presenza accentrante e ingombrante, sempre presente nei pensieri e nelle azioni, creatrice di legami affettivi viscerali e tossici. La madre è una presenza inquietante e ambigua ma non è un mostro, è una donna ferita che rimane sempre consumata dalla paura e dal bisogno di significato.
Tutti i personaggi della serie sono presentati come carne viva, nodi di emozioni ancestrali e radicali, e restituiscono figure molto complesse, mai riducibili a buoni o cattivi; anche i figli non sono solo vittime, ma individui in cerca di risposte, in bilico tra odio e amore, rancore e pietà, sempre in qualche modo, quando lontani, alla ricerca della madre, figura che li perseguita ma che loro hanno necessità di ritrovare, sotto forme varie e personali.
La serie affronta temi delicati: la fede distorta, l’infanzia violata, il peso della rabbia e del perdono, e mostra con lucidità come la religione possa diventare un’arma pericolosa quando è utilizzata per colmare un disagio personale, quando assume forme quotidiane di illusoria libertà e salvezza ma in realtà imprigiona, ordina e non permette di vivere, anche quando si “traveste” diventando arte, desiderio di una realtà diversa, chiave che però apre sempre la stessa porta e quasi mai quella del mondo esterno reale.
La regia di Ambrossi e Calvo è matura e consapevole. Ogni inquadratura è pensata per restituire l’asfissia degli interni, la claustrofobia psicologica e la chiusura dei corpi; la musica originale scolpisce il dolore e la tensione delle scene e anche i costumi e le scenografie contribuiscono a costruire un universo congelato nel tempo. All’impasto visivo si mescolano riprese in pellicola, riprese in digitale, scene da videocamera anni ’80 e i video pop cristiani con un’estetica estremamente kitsch: i registi mescolano, ibridano e sporcano la loro opera, nella quale si va continuamente avanti e indietro nel tempo, a scavare in una memoria che sembra un magma avvelenato, un ribollire di dolori e paure.
Il lavoro dell’intero cast è particolarmente ispirato: Ana Rujas, Lola Dueñas e Carmen Machi, che interpretano la madre in diverse fasi della vita, sono protagoniste di numerosi momenti memorabili, contrappuntati da un senso dell’umorismo spesso caustico; Macarena García e Roger Casamajor, nei panni di Irene ed Enric, reggono per tutta la serie una temperatura emotiva intensa e dolorosa, mostrando le cicatrici del corpo e dell’anima dei loro personaggi.
La Mesías è un’esperienza, un gesto politico, un racconto disturbante di come il trauma possa prendere la forma dell’amore. Vincitrice di sei Feroz Awards, fra cui quello per la migliore serie drammatica, la serie è disponibile su MyMovies ONE.
A cura di Giulia Marta Ferrero