Sebbene sia rimasto a bocca asciutta durante la notte degli Oscar 2026, Marty Supreme ha confermato il grande talento nella messinscena del regista Josh Safdie, per la prima volta alla regia senza il fratello Benny.
Il film segue le vicissitudini di Marty Mauser, giovane ebreo statunitense, che sogna di diventare un campione di tennis da tavolo nell’America post seconda guerra mondiale.
Dopo Diamanti grezzi (Uncut Gems, 2019) e Good Time (2017), Josh Safdie sceglie ancora una volta la Grande Mela come teatro ideale per rappresentare una storia che, sotto le sembianze del dramma sportivo, nasconde un’anima da action metropolitano, sottogenere a cui appartengono proprio le due precedenti opere del cineasta.
Per ricreare l’atmosfera della New York degli anni ’50, Safdie ha potuto contare sull’ottimo direttore della fotografia Darius Khondji, già suo collaboratore in Diamanti grezzi. Ispirandosi alla fotografia di quell’epoca e servendosi di lenti anamorfiche, Khondji dà vita a una New York avvolta dalla foschia, una città viva, affamata e sporca, lontanissima dall’immagine di eleganza e benessere a cui molti la associano oggi. Una metropoli così rappresentata è perfetta per accogliere una storia caratterizzata da avidità, egoismo, ostinazione e ossessione, con al centro un giovane ambizioso, disposto a tutto pur di inseguire i propri desideri.
Se in Marty Supreme la città funge da una sorta di correlativo oggettivo rispetto al comportamento del protagonista, qualcosa di analogo accade in gran parte dei film precedenti del regista. Infatti osservando il resto della filmografia di Safdie, New York non si limita mai a far semplicemente da sfondo alla vicenda raccontata, ma è il vero cuore pulsante della storia, ne scandisce il ritmo e rispecchia lo stato d’animo dei personaggi: una Manhattan inquieta, agitata, dominata dai rumori assordanti delle sue strade trafficate, accompagna la frenesia di Howard in Diamanti grezzi, mentre lo smarrimento provato dal protagonista di Good Time è esacerbato dal massiccio utilizzo di luci al neon che rendono i luoghi asettici e stranianti.
Proprio con Good Time Safdie ha mostrato di saper inquadrare con la giusta dose di realismo gli ambienti meno patinati di New York: in un disperato tentativo di aiutare il fratello, Robert Pattinson è impegnato in una rincorsa incessante, costretto a muoversi tra ospedali, parchi abbandonati e case degradate.
La sua capacità di ritrarre in maniera efficace i bassifondi newyorkesi è una cifra stilistica che emerge con prepotenza anche in Diamanti grezzi e ancor più in Marty Supreme. In quest’ultima pellicola non manca la descrizione di una Manhattan benestante, ma è senza dubbio nelle numerose sequenze ambientate tra case popolari, camere d’albergo fatiscenti, banchi di pegni e locali malfamati che New York prende vita e il film vola alto.
Riccardo Franceschini