Michael Powell, il regista che fece del colore un'emozione
23/10/2026

Da Scarpette rosse, capolavoro degli Archers, allo scandalo di L'occhio che uccide: ritratto del regista che fece del cinema britannico un'arte del colore e del desiderio.

Per capire chi era Michael Powell basta un'immagine: un paio di scarpette rosse che danzano da sole, fino a trascinare alla morte chi le indossa. Bellezza e ossessione, incanto e crudeltà, tenuti insieme nello stesso gesto. Nato il 30 settembre 1905, Powell è stato il più anticonvenzionale dei grandi registi britannici: mentre gran parte del cinema inglese coltivava sobrietà e realismo, lui scelse la strada opposta, quella del colore acceso, della fantasia e dell'emozione portata all'eccesso. A lungo trascurato in patria, oggi è venerato come un maestro. Aveva imparato il mestiere giovanissimo, negli anni Venti, nello studio di Rex Ingram sulla Costa Azzurra, prima di imporsi alla fine degli anni Trenta con The Edge of the World (1937), girato tra i marosi di un'isola scozzese. Attraversò con pari libertà la fiaba, il dramma, il film di guerra e l'orrore, trovando presto una voce tutta sua e controcorrente.

Powell e Pressburger, gli Archers

Il suo nome è inseparabile da quello di Emeric Pressburger, sceneggiatore ungherese con cui aveva iniziato a collaborare nei primi anni Quaranta. Dal 1943, sotto l'insegna di The Archers, condivisero il singolare credito "written, produced and directed by Michael Powell and Emeric Pressburger". È una delle società creative più singolari della storia del cinema, due autori riuniti in un'unica firma. Da quel sodalizio nascono i capolavori: Duello a Berlino (1943), mezzo secolo di storia inglese raccontato attraverso un ufficiale d'altri tempi; Un racconto di Canterbury (1944), poema rurale e quasi mistico sull'Inghilterra in guerra; Scala al paradiso (1946), con il suo aldilà in bianco e nero e la terra dei vivi in Technicolor; Narciso nero (1947), febbre di colore e desiderio dentro un convento himalayano; e Scarpette rosse (1948), uno dei loro film più amati, che trasforma il balletto in pura vertigine visiva e detta legge, per una generazione, su ciò che il Technicolor poteva far provare.

Il colore, la fantasia, lo scandalo

Già prima degli Archers, Powell era stato uno dei registi de Il ladro di Bagdad (1940), una delle fiabe in Technicolor più sontuose mai portate sullo schermo, tra tappeti volanti e geni imbottigliati. Il colore, per lui, non era decorazione ma sostanza emotiva, e nei film successivi trovò una forma straordinaria anche grazie a collaboratori come il direttore della fotografia Jack Cardiff. Nel 1950 Powell e Pressburger dirigono La volpe, malinconico melodramma rurale con Jennifer Jones; nel 1956 arriva il grande affresco bellico de La battaglia di Rio della Plata.

La locandina del film La volpe (Michael Powell ed Emeric Pressburger, 1950). Una ragazza scalza corre a perdifiato su un prato battuto dal vento, la volpe addomesticata stretta al petto, la gonna rossa che le turbina intorno mentre il cielo si scioglie in nuvole pastello. Tutta l'immagine è giocata sul contrasto tra il rosso acceso dell'abito e le trasparenze acquerellate del fondo, in un'illustrazione lirica e mossa che restituisce in un solo gesto la vitalità selvatica dell'eroina. In basso a destra la firma di Longi.

Il manifesto del film La battaglia di Rio della Plata (Michael Powell ed Emeric Pressburger, 1956). I due comandanti nemici campeggiano a mezzo busto nella fascia alta, l'ufficiale britannico con il binocolo e il tedesco con il sigaro, mentre sotto le corazzate si affrontano tra colonne di fumo e fiammate arancioni sul mare in tempesta. La costruzione a due registri, i ritratti sopra e la battaglia navale sotto, e la pennellata larga e materica sono quelle del grande manifesto d'avventura all'italiana. In alto a destra la firma di Renato Casaro.

Poi, nel 1960, arriva L'occhio che uccide, il ritratto di un assassino che filma le sue vittime nell'attimo della morte. Il film, oggi celebrato come capolavoro e come una pietra miliare dell'horror psicologico, all'epoca fu accolto dalla critica britannica con tale ostilità da compromettere gravemente la posizione di Powell nell'industria cinematografica. Mettendo lo spettatore dalla parte dello sguardo omicida, Powell aveva trasformato il voyeurismo stesso del cinema in materia dell'orrore, e pagò quell'audacia con anni di emarginazione professionale.

Il poster del film L'occhio che uccide (Michael Powell, 1960). Un enorme occhio schizzato di rosso sangue occupa la metà superiore, e nella pupilla si annida il volto in bianco e nero del protagonista; in basso, tagliata da una diagonale netta, una donna riversa in abito da sera attende la sua sorte. Il contrasto tra la macchia rossa quasi astratta e il nudo realismo della figura distesa costruisce un'immagine di rara violenza grafica, perfetta per un film sullo sguardo che uccide. In basso a destra la firma di Renato Casaro.

L'eredità

Quando uscì L'occhio che uccide, il sodalizio con Pressburger si era già in gran parte concluso. Negli anni successivi Powell continuò a lavorare, anche in Australia, ma trovare finanziamenti per progetti importanti divenne più difficile e la sua posizione nel cinema britannico si indebolì drasticamente. La riscoperta cominciò gradualmente negli anni Sessanta e Settanta, attraverso la critica e le retrospettive, e acquistò nuova forza grazie all'ammirazione di registi come Martin Scorsese e Francis Ford Coppola. Nel 1984 Powell sposò Thelma Schoonmaker, storica montatrice di Scorsese. Affidò inoltre la propria vita a due volumi di memorie, A Life in Movies (1986) e Million-Dollar Movie, pubblicato postumo nel 1992. Powell morì il 19 febbraio 1990, ormai nuovamente riconosciuto come una delle grandi figure del cinema britannico. La sua influenza attraversa intere generazioni di cineasti. Le sue immagini, dai mari in fiamme di Rio della Plata alle scarpette che non smettono di danzare, continuano a parlare a chiunque creda che il cinema sia, prima di tutto, un'arte del colore e del desiderio.

Le opere riprodotte in questa pagina provengono dalle stampe originali dell'epoca, recuperate, fotografate e restaurate digitalmente da Movie.it.

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