Milano Film Festival 2016 - Day 2: L'intervista a Zaynê Akyol, regista di "Gulîstan, terre de roses"
09/09/2016

Al via la ventunesima edizione del Milano Film Festival con il documentario (in concorso) Gulîstan, terre de roses, scritto e diretto da Zaynê Akyol. Vi proponiamo l’intervista alla ventinovenne regista turco-canadese, giunta oggi in Italia e al suo esordio con un lungometraggio.

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Questa è la tua prima esperienza in un lungometraggio: come è nata la tua passione per il cinema?

La mia storia è un po’ particolare. In realtà sono diventata regista un po’ per caso e non avrei mai pensato di poter fare questo come lavoro. Dopo un test attitudinale a scuola è venuto fuori che sarei potuta diventare una filmmaker e così ho tentato di intraprendere questa strada. In effetti è stato davvero folle fidarsi di un semplice test (ride), ma per adesso posso dire che ha funzionato.

A chi ti sei ispirata per realizzare il documentario?

Quando sono emigrata in Canada all’età di cinque anni ho conosciuto una ragazza, Gulîstan. Più grande di alcuni anni, anche lei veniva dalla Turchia, e per me divenne ben presto un modello di vita, quasi come una sorella maggiore. All’età di diciotto anni Gulîstan decise di andare a combattere nelle file del PKK e la sua partenza fu per me davvero traumatica. Purtroppo morì nel 2010 e il film inizialmente voleva essere un omaggio alla sua figura e alla sua vita. Con l’arrivo della guerra nel 2014 ho dovuto cambiare il target della sceneggiatura, concentrandomi sul conflitto del PKK con lo Stato Islamico. Il documentario comunque vuole essere un omaggio alla esperienze di Gulîstan, mostrando i luoghi e le persone che ha conosciuto negli ultimi anni della sua vita.

Quali difficoltà hai avuto nel girare in zone così pericolose in pieno periodo bellico e quanto tempo sono durate le riprese?

Le riprese sono durate circa due mesi. In realtà è stato strano. Infatti i combattenti curdi sono considerati, (anche da me) delle figure quasi mitologiche e conoscerle di persona è stato molto particolare. Parte delle riprese si sono svolte non nella base del PKK ma in un campo di addestramento, dove faceva molto caldo. Lavorando insieme al fonico e al direttore della fotografia, di notte non potevamo accendere le luci per non essere individuati dagli aerei turchi. Eravamo costretti a lavorare al buio sotto le coperte a trentacinque gradi, un’esperienza molto faticosa ma soddisfacente. Forse la parte più pericolosa della lavorazione del film è stata quando mi sono trovata a meno di 700 metri dal confine con lo Stato Islamico. Se devo essere sincera però non avevo paura. Ero insieme ai militari che combattono i terroristi e che sono disposti a sacrificare la vita per difendere il loro popolo e questo mi dava molta sicurezza.

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Viste le tematiche presenti in Gulîstan, cosa ne pensi del recente colpo di stato in Turchia?

Premetto che generalmente non amo parlare di politica, ma dato il soggetto del mio film mi rendo conto che sono costretta a farlo. Ci sono in realtà due opinioni sul recente golpe. Alcuni credono che sia stato fatto da Erdogan stesso e dal suo partito. Questo per ottenere maggiore controllo del paese. Altri invece sostengono che sia stato un autentico golpe militare. Io sinceramente non so cosa pensare perché è stato un attacco spontaneo bloccato, comunque, molto tempestivamente.

Finora ti sei cimentata nel genere del documentario. Pensi che in futuro potrai cambiare genere o credi che questa sia la tua strada?

Per adesso ho diversi progetti a cui sto lavorando. Il primo sarà un altro documentario sul Rojava, il Kurdistan siriano, in collaborazione con un produttore italiano. Il film verrà girato a Raqqa, l’ex capitale dello Stato Islamico, e dovrei iniziare le riprese a marzo. Mi concentrerò sul nuovo sistema politico e sociale che il PKK sta cercando di costruire in quelle zone. Al momento sto scrivendo anche un film di finzione, ambientato a Montreal, nel Kurdistan e in Russia. Questo rimane ancora un progetto in fase di sviluppo che cercherò tuttavia di portare fino in fondo. Sto anche lavorando a un libro fotografico con protagoniste quattro donne. Alla fine di ogni capitolo ci saranno delle lettere destinate a chi leggerà il libro.

Nel tuo film saltano subito all’occhio alcune parti girate con lo smartphone. Sono state delle scelte improvvisate o studiate a tavolino?

Questa è una storia molto divertente. In realtà dovevano essere dei video personali. Una delle combattenti era una persona molto simpatica e quindi decisi di fare delle piccole clip nei momenti in cui non giravamo. In sala di montaggio, poi, mi venne l’idea di inserire questi video. La motivazione principale era quella di dare un tocco più realistico al film e far rendere conto allo spettatore che dietro la pellicola, dietro il documentario, c’è una realtà in carne e ossa.

Questa è la tua prima partecipazione al Milano Film Festival. Che cosa ti aspetti da questa rassegna cinematografica, giunta alla sua ventunesima edizione?

Sono molto contenta di essere in Italia e credo che il festival andrà benissimo. Ho visto sul programma che ci sono molti film interessanti che cercherò di guardare. Anche se non è la prima volta che vengo a Milano, spero ti passare più tempo in questa città, molto bella e affascinante.

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