Riceviamo e con piacere pubblichiamo questo contributo di Federica Severo su No Other Choice di Park Chan-wook.
No Other Choice di Park Chan-wook è approdato nelle sale cinematografiche italiane e si conferma ancora una volta la capacità del cineasta sudcoreano di indagare le contraddizioni dell’essere umano attraverso una messa in scena rigorosa, controllata ma anche disturbante. Un’opera che, dietro una struttura apparentemente lineare cela una riflessione ben più vasta sul lavoro, sull’identità e soprattutto sul sistema economico che ne detta le leggi. Dunque, il regista, già noto per Oldboy, con la sua ultima opera fa emergere una riflessione che va oltre alla narrazione di una crisi individuale, ma si rivela progressivamente una critica lucida e feroce a un sistema economico e sociale che riduce l’umano alla sua funzione produttiva.
La pellicola racconta la storia di un uomo di mezza età, che conduce una vita appagata, stabile e socialmente riconosciuta, la cui esistenza subisce una frattura irreversibile. Un licenziamento improvviso, apparentemente immotivato, freddo. Il quale non risulta affatto inaudito nel contesto contemporaneo, segnato dall’evoluzione tecnologica, dall’automazione e dall’impiego sempre più pervasivo dell’intelligenza artificiale.
Secondo una prima lettura, No Other Choice sembra porre come tema principale la vergogna del fallimento, dell’impossibilità per un uomo di potersi occupare del sostentamento della propria famiglia. Un tema profondamente radicato nella cultura sudcoreana, nella quale il ruolo lavorativo non simboleggia soltanto una funzione sociale, ma una vera e propria misura del valore individuale. Tuttavia questa è solo la superficie di un discorso ben più stratificato.
I personaggi maschili costruiti, pensati e messi in scena dal regista sono tutti legati allo stesso settore produttivo: l’industria cartacea. Una scelta e un riferimento per nulla casuale. La carta: materiale quotidiano e decisamente innocuo, incarna l’idea di produzione incessante, superflua che però continua a esistere anche nel momento in cui la sua necessità viene messa in discussione dall’era digitale. Il lavoro dunque rappresenta un fine, non crea e non definisce più l’identità dell’individuo, anzi, lo ingloba.
Confermato dai dialoghi e dalle dinamiche delle figure maschili presenti nel film, il ruolo e l’occupazione lavorativa risultano totalizzante. Essa incarna l’individuo, non a caso la perdita del lavoro coincide con una perdita di senso. Tale pellicola richiama il pensiero marxista, che si basa su un evidente concetto di alienazione provocato dal sistema capitalistico, nel quale l’uomo non si riconosce più per ciò che è veramente, ma esclusivamente in quello che produce.
I quattro i personaggi maschili si muovono in una lotta spietata, silenziosa e perpetua pur di riconquistare quella stessa identità che un tempo gli apparteneva, una competizione che nasce all’interno di un sistema che li obbliga a percepirsi come ostacoli reciproci. Il capitalismo, in questo ambito, agisce come un meccanismo che frammenta i legami umani, la necessità diventa rivalità e l’identità in merce.
A tale lettura si aggiunge la mise en scène, con un ruolo più che attivo. I personaggi abitano luoghi isolati, immersi nella foresta; si tratta di abitazioni circondate da una vegetazione fitta, selvaggia e apparentemente incontaminata. Le dimore, così come gli oggetti di arredo, sono costruite interamente in legno. La macchina da presa non solo li osserva con un’attenzione minuziosa, quasi ossessiva; si scorgono movimenti controllati, alternati a momenti statici che non lasciano via di scampo allo spettatore, indotto a una presa di coscienza del materiale che crea l’ambiente.
Il legno si mostra come punto di incontro e di contatto tra uomo e natura. I due, messi in comparazione, si evince che vengono entrambi sfruttati e consumati dallo stesso sistema produttivo. La folta vegetazione non fa soltanto da sfondo, ma la sua presenza è silenziosamente attiva, ricorda una condizione ormai insanabile: pur di mantenere le industrie attive e produttive si continua a distruggere ciò che lo rende possibile. Dunque il capitalismo non consuma solo le risorse naturali, ma sono gli individui stessi ad alimentarlo
Un momento lampante e dinamico è interpretato da uno dei personaggi mentre viene strangolato. Rompe la quarta parete e si rivolge in maniera diretta allo spettatore, tale sequenza assume un valore politico, il discorso si sposta dal piano individuale a quello collettivo. L’uomo viene interpellato come essere umano, causa della distruzione della vegetazione in nome di una produzione senza fine.
No Other Choice non offre soluzioni. La “non scelta” evocata dal titolo stesso diventa simbolo di un universo privo di libertà, le cui uniche opzioni sono predeterminate dal sistema, il metodo capitalistico non consente di immaginare un’identità al di fuori della mera produzione.
In conclusione, il film di park Chan-wook si configura come una riflessione cruda sull’impossibilità di sottrarsi a un modello economico che pretende di essere l’unico possibile. No Other Choice denuncia come il capitalismo non si limiti ad organizzare la produzione ma si occupa anche di colonizzare l’immaginario, impedendo all’essere umano di concepire alternative. Tale tragedia, edulcorata da momenti di grande comicità e surrealismo risiede la sua analisi critica nella perdita della capacità di immaginare un’esistenza che non sia interamente definita dal lavoro stesso.
Federica Severo