Pluribus: la resistenza è un’illusione?
Una distopia in cui la felicità collettiva cancella l’individualità
Pluribus è una serie distopica in cui un virus di origine aliena, captato da un osservatorio, trasforma l’umanità in una coscienza unica ossessionata da felicità e sostenibilità. Solo tredici individui, tra cui la scrittrice Carol Sturka, ne restano immuni e lottano per preservare la propria identità in un mondo dove l’equilibrio planetario ha soppiantato la libertà individuale.
La serie non si lascia ricondurre a un unico genere, riuscendo a trovare un equilibrio particolarmente riuscito tra dimensione psicologica, sociale ed esistenziale, ma soprattutto configurandosi come fantascienza filosofica a forte vocazione morale ed etica. Infatti, la vera domanda che la serie pone non è come si resiste, bensì perché si cede. E lo fa con una radicalità che sconvolge i canoni della fantascienza, trasformando l’invasione in una metafora della manipolazione sistemica e la resistenza in un atto di fragilità umana, dove il vero conflitto non è tra specie diverse, ma tra due visioni dell’umanità: quella che accetta il compromesso e quella che lo rifiuta a qualsiasi costo.

In questa riflessione è importante il personaggio di Manousos che incarna la resistenza più pura e intransigente. Mentre gli altri sopravvissuti, compresa Carol, oscillano tra la ribellione e la sottomissione, Manousos non accetta alcun compromesso. Rifiuta il sistema alveare non perché non ne comprenda i vantaggi ma perché sa che il prezzo da pagare è la perdita di ciò che lo rende umano: la libertà di scegliere e di sbagliare. In un mondo dove persino Carol, la protagonista, collabora con il nemico (chiedendo aiuto, accettando protezione, scrivendo per la mente alveare), Manousos non chiede nulla. È lui il cuore morale della serie, il personaggio che salva Pluribus dal rischio di diventare una distopia edulcorata, in cui la resa al sistema viene normalizzata. Senza di lui, la serie rischierebbe di suggerire che la sottomissione è l’unica opzione razionale. Invece, Manousos ricorda che esiste un’alternativa, anche se scomoda, anche se solitaria. La sua resistenza non è solo fisica, ma esistenziale: è la prova che l’umanità non si misura nella capacità di sopravvivere, ma in quella di restare sé stessi. Eppure, la serie non glorifica Manousos come un martire. Anzi, lo mostra in tutta la sua umanità fragile. Non è un superuomo, ma un uomo comune che ha scelto di non piegarsi. È un personaggio che divide lo spettatore, perché la sua intransigenza può sembrare estremista, ma è proprio questa sua natura a rendere la sua resistenza autentica. In un’epoca dove il compromesso sembra l’unica via praticabile, Manousos incarna l’idea che alcune battaglie valgano la pena di essere combattute, anche se sembrano perse in partenza.

Accanto a lui, Carol Sturka, la protagonista, incarna l’altra faccia della medaglia: la complessità umana in tutta la sua fragilità. La sua non è una resa passiva, ma una lotta interiore tra la volontà di resistere e la tentazione di cedere. Carol non è una debole: è una donna spezzata dal dolore per la morte della sua compagna, un lutto che la rende vulnerabile. In questo vuoto affettivo, la mente alveare trova terreno fertile. Zosia, entità del sistema, non si limita a essere un invasore: diventa una compagna, una risposta al bisogno di intimità e comprensione di Carol. La serie non la giudica per la sua resa, ma la mostra come una conseguenza naturale del suo stato emotivo. La mente alveare, infatti, non usa la forza: sfrutta la vulnerabilità umana. Pluribus, così, si trasforma in una riflessione sulla manipolazione emotiva più che su quella fisica. La resa di Carol non è un atto consapevole, ma un processo graduale e impercettibile. Non decide di tradire sé stessa: si ritrova a farlo, passo dopo passo, mentre cerca di colmare un vuoto che non è solo fisico, ma esistenziale. Zosia, con la sua gentilezza e la sua apparente comprensione, non la costringe, ma la seduce. E Carol cade nella trappola senza nemmeno rendersi conto di star perdendo sé stessa.
La serie non si limita a esplorare la psicologia dei personaggi: Pluribus è una critica sottile ma feroce ai meccanismi di controllo contemporanei, dove la creatività non viene repressa, bensì addomesticata. Carol incarna questa contraddizione, come scrittrice, ha bisogno della mente alveare per esistere artisticamente. Il sistema non le vieta di creare, le offre gli strumenti e le possibilità per farlo, ma solo entro confini in cui la sua produzione diventa utile alla collettività. È proprio qui che si avverte, in filigrana, lo scarto rispetto all’immaginario di 1984 di Orwell: non c’è censura esplicita, non c’è divieto frontale. La creatività non viene eliminata perché pericolosa, ma resa funzionale. Carol si sente libera di scrivere, ma quella libertà è già orientata, già inscritta in un perimetro invisibile. Non le viene imposto un contenuto; le viene costruito un contesto in cui certi contenuti sono naturalmente più pensabili, più premiati, più “giusti”. In questo senso, Pluribus mette in scena una forma di potere più avanzata e pervasiva: non quella che proibisce, ma quella che incentiva. Non serve più impedire l’espressione, se si possono modellare le condizioni in cui l’espressione prende forma. La mente alveare non distrugge l’arte, ma la guida dall’interno, trasformando la libertà in una libertà condizionata, una dinamica che riecheggia da vicino il funzionamento degli algoritmi contemporanei, dove non è necessario censurare ciò che non è conforme, perché basta rendere visibile e desiderabile solo ciò che lo è.
Ma Pluribus va oltre anche la critica alla creatività manipolata. La serie interroga l’etica ambientale in modo radicale. Il sistema alveare propone un mondo dove ogni scelta è funzionale alla sopravvivenza del pianeta, ma non necessariamente alla dignità umana o animale. L’etica qui tende ad una svolta utilitaristica, purché il bilancio ecologico ne tragga beneficio. Se il pianeta deve sopravvivere, perché non eliminare ciò che lo danneggia? È un calcolo freddo, dove la morale, intesa come rispetto intrinseco per la vita, viene sacrificata in nome di un equilibrio sistemico. Il paradosso emerge quando il sistema normalizza il cannibalismo: se l’etica è solo uno strumento per la sostenibilità, allora tutto è lecito, purché serva allo scopo. Pluribus smaschera così l’ipocrisia di un ambientalismo radicale: se la natura è un fine, l’umanità diventa un mezzo, e la morale svanisce. La serie, così, mette in crisi lo spettatore: da un lato, il sistema alveare è logico; dall’altro, la resistenza di Manousos ricorda che la morale non è negoziabile. Pluribus non dà risposte, ma espone il conflitto tra ragione strumentale (il sistema) e ragione morale (Manousos). La manipolazione, intesa come struttura portante della trama, è un altro degli elementi più interessanti della serie. Pluribus si distingue nel panorama della fantascienza per una scelta narrativa audace: la mente alveare non agisce attraverso la violenza o la coercizione fisica, ma mediante una persuasione sistematica, che si insinua nelle crepe psicologiche dei personaggi. Questo approccio rappresenta un’evoluzione del genere, perché sposta il focus dalla minaccia esterna (l’invasore violento) a quella interna (la resa volontaria). Tuttavia, questa scelta, pur innovativa, non è esente da criticità.
La manipolazione, quando diventa il motore esclusivo della trama, rischia di perdere in tensione narrativa. La serie si basa quasi interamente sulla capacità di mantenere alto l’interesse dello spettatore attraverso il conflitto interiore di Carol, senza potersi appoggiare su momenti di azione o scontri diretti. Se da un lato questo permette una profondità psicologica rara, dall’altro espone la struttura a una certa fragilità: se lo spettatore non si immedesima nel dilemma morale della protagonista, la trama può apparire statica o addirittura ripetitiva. La lentezza stilistica di Pluribus non è un semplice vezzo registico, ma una scelta profondamente coerente con i temi della serie. Le inquadrature lunghe, i silenzi carichi e i dialoghi ridotti costringono lo spettatore a soffermarsi, a osservare e a riflettere. Se in Breaking Bad questa lentezza serviva a scandire la discesa morale di Walter White, qui assume una funzione più apertamente filosofica: non accompagna tanto l’azione quanto il pensiero. Il risultato è un contrasto volutamente stridente tra la staticità delle immagini e la rapidità con cui il sistema alveare trasforma il mondo. Mentre lo spettatore contempla paesaggi immobili o volti assorti, il cambiamento è già avvenuto, silenzioso e irreversibile. La mente alveare non agisce con urgenza, ma con pazienza, e la serie, nel suo ritmo, finisce per rispecchiarne la logica, abituando progressivamente lo spettatore a una nuova normalità già compromessa.

All’interno di questo impianto visivo così rigoroso, l’uso del found footage nelle sequenze in cui Carol documenta i corpi surgelati, introduce però una frattura. La scelta ha una sua giustificazione narrativa, perché quelle immagini sono pensate per essere condivise con altri sopravvissuti, trasformando la telecamera in uno strumento di resistenza e testimonianza. Tuttavia, questa motivazione diegetica non basta a renderla pienamente convincente sul piano stilistico. Il passaggio a un linguaggio più grezzo e immediato entra in tensione con la costruzione visiva lenta e controllata che caratterizza il resto della serie. Il problema principale è che il found footage, invece di intensificare il coinvolgimento emotivo, finisce per indebolirlo. Non riesce a restituire con la stessa profondità la dimensione interiore di Carol e, anziché immergere lo spettatore nel suo punto di vista, crea una distanza. Lo stacco è troppo netto: da un lato una regia meditata, che invita alla riflessione, dall’altro un dispositivo più istintivo e “tecnico”, che appare quasi estraneo. Così, più che amplificare l’esperienza, queste sequenze rischiano di sembrare un’intrusione, incrinando l’unità stilistica di una serie che, per il resto, costruisce con grande coerenza il proprio linguaggio.
Pluribus non chiede di scegliere tra sistema e resistenza, ma di riconoscere quanto facilmente la libertà possa diventare negoziabile. La mente alveare non impone la sottomissione: la rende plausibile, quasi desiderabile, finché non sembra più una perdita. Ed è qui che la serie diventa davvero inquieta, perché non ci parla di un’invasione, ma di una rinuncia lenta, lucida, quasi razionale. E allora la domanda non è chi ha ragione tra Carol e Manousos, ma cosa resta dell’umano quando l’efficienza sembra bastare. Forse la risposta non c’è, o forse è proprio il dubbio che Pluribus lascia acceso a essere l’unica forma di resistenza possibile.
A cura di Sara Santin