Riceviamo e con piacere condividiamo questo saggio di Federica Severo.
«Je vous dis que tout était prévu. Ils avaient prévu que je me tiendrais devant cette cheminée, pressant ma main sur ce bronze, avec tous ces regards sur moi. Tous ces regards qui me mangent. […]. Pas besoin de gril: l’enfer, c’est les Autres.»
Citizen Kane (Quarto Potere) di Orson Welles è un film che ha ormai assunto uno status leggendario, quasi mitologico nella storia del cinema. Distribuito per la prima volta nelle sale nel 1941, continua ancora oggi a essere annoverato una delle opere cardinali del linguaggio cinematografico moderno.
La pellicola si presenta come un’opera fortemente dialogica, costruita attraverso testimonianze, interviste e ricostruzioni frammentarie riguardanti la vita del protagonista. Tuttavia, il vero potere del film risiede nella sofisticata architettura scenografica e narrativa che Orson Welles mette in scena: ogni ambiente, profondità di campo e inquadratura danno origine a un universo psicologico complesso, all’interno del quale il linguaggio cinematografico diventa autentico strumento di indagine esistenziale.
William Randolph Hearst è la principale fonte d’ispirazione del film, magnate della stampa americana, incarnazione del potere mediatico e simbolo di un capitalismo in grado di modellare l’opinione pubblica secondo le proprie esigenze. Il successo professionale di Kane si allinea perfettamente all’idea sociale di uomo realizzato e potente, non a caso ricopre tutti i paradigmi sociali: ricchezza, influenza politica, riconoscimento pubblico e integrazione nell’élite americana tramite la moglie, figura dell’alta società. All’apparenza, in lui convergono tutte le forme dell’uomo felicemente realizzato.
Eppure, la monumentalità del successo si rivela progressivamente illusoria. Nel corso della pellicola sono molteplici le volte in cui Kane ribadisce il proprio senso di solitudine e di insoddisfazione, nonostante abbia raggiunto il successo tanto ambito dai suoi colleghi o stimatori.
Si dimostra interessante leggere Quarto Potere attraverso il pensiero filosofico di Jean-Paul Sartre e della sua pièce teatrale Huis Clos, portata in scena per la prima volta nel 1944, tre anni dopo la distribuzione del film. Sartre sviluppa una riflessione radicale sull’identità individuale, sostenendo quanto essa dipenda dallo sguardo degli altri: l’individuo e il successo personale non si costruiscono in maniera autonoma, ma esistono, si affermano e si concretizzano tramite il riconoscimento, il giudizio e l’approvazione altrui. Secondo il filosofo francese l’essere umano si trova perennemente esposto al giudizio degli altri, ed è proprio attraverso lo sguardo esterno che l’individuo prende coscienza di sé, restando però radicato ad un’immagine.
È in questa dimensione che la celebre citazione sartriana «L’enfer, c’est les autres» (L’inferno sono gli altri) si mostra nella pellicola come una potente rappresentazione di quello che Charles Kane vive costantemente. La sua immagine non risulta mai stabile, poiché dipende continuamente da un riconoscimento esterno, il quale inevitabile. Gli altri da che si mostrano fondamentali per la conferma personale, come un climax ascendente, incarnano sempre di più una condanna. Kane secondo i loro sguardi non è solo un’immagine fissa ma una vera e propria costruzione sociale. Evidente come, quanto più il successo e l’ammirazione altrui crescessero, tanto più lui esigeva nascondersi, fuggire e rinchiudersi nella solitudine, lontano da sguardi pungenti, penetranti e critici.
L’immensa dimora nella quale spende gli ultimi anni della sua vita, assume il perimetro di uno spazio sartriano, ovvero una sorta di prigione monumentale costruita al fine di sfuggire al controllo esterno. Esattamente come i personaggi di Huis Clos anche il protagonista del film si trova intrappolato in una dimensione in cui la sua personale identità dipende dal giudizio esterno, fino a risultare sempre più irraggiungibile, scomparendo in una moltitudine di racconti e testimonianze altalenanti e poco affidabili.
Orson Welles introduce una riflessione contemporanea sull’identità, dipendente dal potere mediatico vigente. In conclusione Quarto Potere si configura come il ritratto e l’indagine esistenzialista di un uomo potente ma incapace e impossibilitato a sottrarsi dallo sguardo giudicante degli altri.
Federica Severo