Quella volta che Tim Burton rielaborò Mary Shelley per il suo film più biografico
22/12/2025

Da ormai diversi anni longtake cura una parte del corso di Film Critic & Festival Programmer della Civica Scuola Luchino Visconti di Milano. Durante le lezioni abbiamo chiesto alle studentesse e agli studenti di scrivere una loro recensione personale di un film a loro scelta. Ecco quella di Frankenweenie scritta da Alfonso La Manna. 


Con l’uscita del Frankenstein di Del Toro, oggi è ancora più interessante andare a riscoprire quella piccola rivoluzione che fu Frankenweenie. Contrariamente alla tendenza attuale di produrre live-action dei classici Disney, come se questi non fossero film “veri” e meritevoli della propria dignità, Burton nel 2012 fece tutto l’opposto: decise di rianimare il suo vecchio corto omonimo dell’84, perché consapevole che con l’animazione avrebbe potuto dare nuova vita e spessore al suo progetto più personale.

Nasce così la fiaba gotica più sincera della sua filmografia, quella dove il regista proietta nei due protagonisti tutta la difficoltà della sua crescita, il suo senso di smarrimento e la condizione di diverso che gli è stata cucita addosso fin da piccolo e che fa da filo conduttore a quasi tutte le sue pellicole. E basta la prima sequenza per vedere l’intera essenza e infanzia di Burton: ci viene presentato il giovane Victor che proietta ai suoi genitori una parodia amatoriale di Godzilla (1954) che ha realizzato in soffitta usando come attore il suo amato cane Sparky, pochi minuti in cui ci viene raccontato tutto il suo mondo. Lo stesso, privo di colori, dove l’alter ego del regista vede i suoi compagni di classe con i volti di Boris Karloff e altri miti della sua infanzia, o dove il docente che lo ispira a essere uno scienziato ha il volto del suo amato attore Vincent Price.

Le citazioni all’espressionismo, ai monster movie e agli horror della sua formazione, più che in tutte le altre sue pellicole risultano funzionali, perché ci mostrano come realmente Victor vede il mondo filtrato da quell’immaginario, che sappiamo essere stato il reale rifugio di Burton. Ma in contraltare riflettono anche la mostruosità di una società che continua a respingerlo.

Continuamente incoraggiato dal padre a omologarsi solo per essere accettato, Victor vuole però essere riconosciuto come scienziato - così come Burton voleva essere un regista - e quando prova a mediare un compromesso, il fato lo punisce portandogli via l’amato Sparky. E quando quest’ultimo viene rianimato, diventa l’altra faccia del riflesso dell’autore. Un essere puro, indifeso e amorevole, ma costretto a vivere segregato, condannato a essere disprezzato per sua stessa natura.

Se in altri adattamenti del romanzo il mostro e la creatura vengono usati in modo contrapposto per rovesciare l’idea di chi è uno e chi l’altro, qui i sue sono uguali nella loro solitudine, nell’essere degli outsider, anche in un mondo dove tutti hanno le sembianze di freak. Il loro amore è quanto di più puro ci possa essere, e l’opera si rivela essere oltre che una storia di auto-accettazione, una fiaba sulle seconde possibilità, sul potere immaginifico delle storie e sulla forza di un affetto che va anche oltre la morte.

Una storia che Burton gira con una stop motion curata al dettaglio, che lascia stupefatti per la sua fluidità, iper realistica, soprattutto nei momenti più concitati, che comunque non mancano e rendono il film mai troppo pesante. Perché Frankenweenie ha la regia di un film degli anni 30, con tagli di luce spettrali e momenti di puro orrore. Ma diventa una favola anche grazie al tono che gli conferiscono le superbe tracce di Danny Elfman, talmente armoniose e delicate da rendere una rivisitazione di Frankenstein in bianco e nero, uno dei racconti più dolci e autentici visti su schermo negli ultimi anni.


Alfonso La Manna

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