Riceviamo e con piacere condividiamo questo contributo di Martina Cossia Castiglioni.
L’inizio è in soggettiva. È notte, siamo a bordo di un’auto che sta percorrendo una strada piena di curve, illuminata solo dalla luce dei fari. Sentiamo stridere i freni, la macchina va troppo veloce e rischia di sbandare. Poi, non più in soggettiva ma da fuori, vediamo l’auto volare fuori strada e precipitare rovinosamente giù da una scarpata.
Comincia così Prova schiacciante (1991) di Wolfgang Petersen, esordio hollywoodiano del regista de La storia infinita. Il titolo italiano, come spesso accade, è molto meno efficace dell’originale Shattered, che in senso letterale significa «in frantumi», «andare in mille pezzi», mentre in senso figurato può voler dire «distrutto, stanco morto», ma anche «sconvolto, turbato». Nella pellicola, infatti, non solo c’è un incidente nel quale, concretamente, abbiamo vetri che vanno in frantumi, ma il protagonista Dan Merrick (Tom Berenger) dovrà rimettere insieme i pezzi della propria vita.
Mentre la moglie Judith (Greta Scacchi) è stata sbalzata fuori dall’auto e non si è fatta quasi nulla, Dan è rimasto sfigurato e ha perso la memoria. Grazie a un complesso intervento di chirurgia plastica torna ad avere l’aspetto di un tempo, e Judith lo assiste con amore. Eppure, l’uomo scoprirà che lo tradiva con un certo Jack Stanton. Con l’aiuto di un investigatore privato (il bravo Bob Hoskins, oggi un po’ dimenticato) Dan comincia a indagare per capire cosa sia accaduto davvero la notte dell’incidente. La sua diventa però anche una ricerca identitaria: vuole comprendere che tipo di uomo fosse, perché non lo ricorda, e perché alcuni dei frammenti del puzzle che sta cercando di ricomporre non sembrano combaciare.
Nel film c’è uno specchio, di fronte al quale è successo qualcosa di brutto che Dan non riesce a ricordare, e davanti al quale, tornato a casa dopo l’ospedale, è così sconvolto che finisce col romperlo con il suo bastone. Lo svelamento avverrà in una sequenza dove uno specchio vero non c’è, ma è come se il protagonista si trovasse davvero di fronte al proprio riflesso, all’uomo che era, o alla persona che credeva di essere.