Stand By Me – Ricordo di Rob Reiner
16/12/2025

«Non ho mai più avuto amici come quelli che avevo a 12 anni. Gesù, ma chi li ha?»



Si chiude così Stand by Me – Ricordo di un’estate, una frase che non compare nel romanzo di Stephen King (The body, in Stagioni Diverse) e che con poche parole è capace di portare con sé un carico di nostalgia e di far rivivere l’emozione di un periodo magico, creare un immaginario, emozionare profondamente. E non è un caso che sia questa la prima frase che viene in mente se si pensa a Rob Reiner, prematuramente e tragicamente scomparso assieme alla moglie Michele Singer: regista, attore e sceneggiatore che, soprattutto negli anni ’80, è stato in grado di lasciare un’impronta indelebile nel mondo della settima arte. Non è un caso anche perché Reiner rientra nel gruppo limitato dei registi capaci di adattare le pagine di King rendendo loro l’onore che meritano, riuscendo anche a dare un’impronta personale, con una regia che ben si adatta all’atmosfera kinghiana, all’anima più profonda dei suoi romanzi, che si tratti di The body o di Misery, grazie al quale Kathy Bates ha trionfato sia agli Oscar che ai Golden Globes. L’amore e la devozione per Stephen King emergono in maniera forte dai suoi adattamenti, ma anche dalla casa di produzione fondata dal regista, la Castle Rock Entertainment, chiamata così in onore della cittadina del Maine in cui King ha ambientato molti dei suoi racconti.

La notizia della scomparsa di Reiner sconvolge per la modalità del decesso, ma coinvolge emotivamente perché con lui se ne va un modo di fare cinema che non esiste più, un cinema fatto di calore, di dialoghi indelebili, di una visione sognante e fiabesca, della passione per la musica e le storie d’amore, per la commedia, vero filo conduttore di (quasi) tutta la sua filmografia. Figlio d’arte (suo padre era il regista Carl Reiner, mentre sua madre era l’attrice Estelle Lebost), a 13 anni si trasferisce con i suoi genitori dalla Grande Mela dov’è nato al sole della California, in quella Los Angeles dalla quale non se ne andrà più e che, dagli anni ’70, lo vede assoluto protagonista in diverse vesti. La prima è quella dell’attore, ed è proprio suo padre a farlo esordire in Senza un filo di classe, cui seguono alcune apparizioni sul piccolo schermo, che lo vede esordire anche nei panni dello sceneggiatore e non per un’opera qualunque: è sua – affiancato da Garry Marshall – la penna che dà vita all’episodio pilota di Happy Days nel 1974. Per il salto definitivo verso la regia bisognerà attendere 10 anni, quando realizza This Is Final Tap, dove emergono il suo amore per la musica e la sua vena comica, cui seguono il già citato Stand by Me e La storia fantastica, adattamento del romanzo fantasy di William Goldman e divenuto un vero e proprio piccolo gioiello cult nel corso degli anni.

«Sono venuto stasera perché quando ti accorgi che vuoi passare il resto della tua vita con qualcuno, vuoi che il resto della vita cominci il più presto possibile



Probabilmente il film più celebre diretto da Rob Reiner – con sceneggiatura straordinaria di Nora EphronHarry, ti presento Sally... è la sintesi di tutte le anime cinematografiche del regista, che riesce a fondere in equilibrio perfetto romanticismo e risate, sarcasmo e dialoghi ad effetto, cinismo e sguardo incantato. Inoltre, sembra che il finale dovesse essere differente ma che, complice il matrimonio imminente del regista e alcune perplessità della sceneggiatrice, il tutto fu modificato in ciò che conosciamo ora. Opera memorabile, in cui è presente una delle battute più iconiche della storia recente – «Quello che ha preso la signorina…» – e a pronunciarla è proprio la madre del regista, presente in un piccolo cameo. Se Sacco a pelo a tre piazze poteva esserne la prova generale, è altrettanto vero che successivamente è stato impossibile ripetersi per Reiner: vette mai più raggiunte, anche se non mancano titoli come Il presidente – Una storia d’amore o Storia di noi due, per citare quelli più importanti, che testimoniano come la commedia romantica fosse il genere preferito dal regista.

«26.000 dollari per dei contorni?!»



Reiner non è stato solo un ottimo regista e sceneggiatore, ma lungo la sua carriera il suo volto è stato riconoscibile più volte sul piccolo (Arcibaldo, soprattutto) e poi sul grande schermo, collaborando con registi come Mike Nichols, Woody Allen o Ron Howard, anche se a rimanere nella memoria collettiva è la sua interpretazione di Max Belfort, padre del Jordan interpretato da Leonardo DiCaprio in The Wolf of Wall Street, di Martin Scorsese: i contorni capaci di curare il cancro e gli attacchi d’ira di Mad Max sono senza dubbio tra gli elementi più iconici di un film straordinario.

La scomparsa di Reiner lascia quindi un vuoto negli spettatori che hanno avuto la fortuna di vivere il decennio d’oro del suo esordio come regista, ma anche chi ha potuto apprezzarlo dopo, lasciandosi coinvolgere da uno sguardo incantato, a volte ingenuo, non sempre preciso, ma carico di emozioni. Reiner era come un familiare, all’apparenza burbero ma dall’animo romantico, in grado di regalare film destinati a rimanere nella memoria collettiva, capaci di riportare indietro le lancette a quando si era ragazzi, quando tutto sembrava possibile, dall’amore di una principessa alla ricerca di un corpo lungo la ferrovia: film che accolgono come un abbraccio e che portano un senso di gratitudine nei confronti di chi li ha realizzati e che, almeno in quei film, continua a vivere.

Lorenzo Bianchi

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