STOKER: IL GOTICO SUDISTA SPIEGATO DA PARK CHAN-WOOK
06/01/2026

Da ormai diversi anni longtake cura una parte del corso di Film Critic & Festival Programmer della Civica Scuola Luchino Visconti di Milano. Durante le lezioni abbiamo chiesto alle studentesse e agli studenti di scrivere una loro recensione personale di un film a loro scelta. Ecco quella di Stoker scritta da Rebecca Tassinari.


La pecora è il vero lupo, forse anche più di un altro lupo.


Stoker è il primo film americano realizzato da Park Chan-Wook, rilasciato nel 2013 tra Thirst e Mademoiselle, con cui condivide le domande sui rapporti dentro le mura domestiche; è anche il primo in cui il regista non interviene minimamente durante il processo di scrittura, riuscendo comunque a farlo risultare suo.


La vita di India cambia nel giorno del suo diciottesimo compleanno, quando il padre perde la vita. Dopo il suo funerale, l’estraniato zio Charlie si presenta alla porta di casa, cercando di sostituirsi alla figura appena mancata. Sebbene l’ambientazione non sia precisamente geolocalizzata all’interno degli Stati Uniti, alcuni elementi la collegano ad un immaginario ben preciso, quello del filone gotico sudista, con il male che si cela nei luoghi più impensabili, dietro un’immagine che vuole a tutti i costi apparire perfetta. Abbiamo di fronte una famiglia legata alle tradizioni dell’aristocrazia, come la musica classica e la passione per la caccia, tramandata di padre in figlia, che amplifica l’eccentrica ostilità verso l’esterno che caratterizza la protagonista, una nuova Mercoledì Addams, retta dalla magistrale glacialità di Mia Wasikowska.

In cento minuti predatore e preda si confondono costantemente. India e sua madre sono dipinte come presenze inquietanti dalle espressioni affilate, affiancate da un uomo dietro il cui calore apparente si cela una spietatezza forse maggiore della loro, grazie alle incredibilmente innaturali espressioni di Nicole Kidman e Matthew Goode. Molteplici sono i riferimenti al regno animale, nelle uova, indifese proprio come la protagonista, o nei ragni che si arrampicano sulle sue gambe, che strizzano l’occhio all’idea di un piano più ampio in gioco.

Il tratto caratteristico della regia di Park Chan-Wook, tecnicismi estetici a parte, consiste nel costruire la grande rivelazione. Nella sequenza che toglie ogni dubbio sull’aura misteriosa dello zio Charlie vediamo per la prima volta un omicidio; nel frattempo, quasi per caso, India trova un cadavere, mentre sua madre tenta di fare una sorpresa all’uomo, entrando in camera sua e finendo per trovare un pacco regalo contenente le stesse identiche scarpe che la figlia riceve ogni anno. Intrecciate con una grande maestria nel montaggio, queste tre scene formano un’escalation di inquietudine nello spettatore, a cui viene mostrato appieno il lato animalesco dello zio. Ciò traspare sia nei movimenti dell’inquadratura, che nel modo in cui lui stesso avanza verso la sua preda, che con la sua cintura, che attraversa i passanti con un movimento lento che va a dare vita propria all’oggetto, paragonandola ad un serpente che striscia lento prima di avventarsi sulla vittima. Queste immagini, da cui risulta quasi impossibile togliere l’attenzione, vengono accompagnate da una musica di stampo classico, il cui pianoforte ci incalza sempre di più, finendo in un fischio stridulo quando la morte sopraggiunge.

Oltre a fornirci questo dettaglio sull’indole di Charlie, la sequenza fa una sottile anticipazione di quella che sarà la trasformazione di India nel secondo atto: con un brillante match-cut, sempre presenti nella sua filmografia, Park Chan-Wook accosta una scena di caccia di un documentario a India che mangia il gelato, facendoci capire che anche lei non sarà più una creatura alla mercé dell’odio che la madre riversa su di lei e dello zio, ma diventerà a sua volta un predatore. Il messaggio è ben preciso: siamo un prodotto di ciò che ci circonda, ed è un risultato crudele quanto profetico e perfetto.


Rebecca Tassinari

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