WORKSHOP DIGITALE SULLA STORIA DELLA FOTOGRAFIA NEL CINEMA: I VOSTRI ELABORATI!
06/04/2020
Al termine del nostro primo workshop digitale dedicato alla storia della fotografia nel cinema, abbiamo proposto ai partecipanti di scrivere un elaborato su un elemento emblematico di questa componente fondamentale per la buona riuscita di un film. Ecco i lavori che hanno meritato la pubblicazione!
Lucia Cirillo
Scatti ripetuti. Una storia di simmetria e di convergenza
Succede per cinque volte. Forse si potrebbe partire da questo dato per provare a capire quanto la scelta di un’inquadratura possa rappresentare una precisa intenzione narrativa e al contempo una suggestione visiva dotata di una storia propria. Pare suggerire questo il film “Marie Antoinette”, di Sofia Coppola, affascinante messa in scena in chiave pop dell’ascesa e declino della sfortunata consorte austriaca di Luigi XVI, nelle cinque scene in cui i due coniugi consumano il pasto principale.
Nel film è da subito evidente una preponderante scelta simmetrica delle inquadrature, facilitata dall’architettura dell’epoca e dal tentativo di restituire quel senso di ordinato rigore dato dal rigido protocollo di corte. Anche la scelta cromatica, brillante e accesa durante tutta la prima parte del film - per poi farsi cupa e livida man mano che si va verso il tragico epilogo - suggerisce una cura particolare verso tutta la componente non verbale della costruzione narrativa.
Scelte simili sembrano, appunto, aver ispirato le scene che vedono Maria Antonietta consumare il pranzo con il consorte.
Succede per cinque volte. Per cinque volte si ripete la scena del pranzo, apparentemente concepita sempre nella stessa maniera: inquadratura frontale e perfettamente simmetrica - un punto di vista centrale che segna una demarcazione netta tra i due, assenza totale (o quasi, lo vedremo) di dialogo e di sguardi. E invece, ogni volta, quella “stessa” scena suggerirà qualcosa di diverso.
Minuto 25:00 circa. Primo pranzo. I due si conoscono a malapena. Inquadratura simmetrica con un punto di vista centrale in cui l’elemento separatore è dato da un’enorme torre di asparagi a suggello di un’elaborata coreografia gastronomica. Colori accesi, arredi sontuosi. A fare da contorno una corte di personaggi silenziosi che li osservano, alimentando ulteriore imbarazzo e distanza tra i due. La regina prova a chiedere al suo futuro consorte della sua passione per le chiavi. Lui si limita a confermare, non ricambia lo sguardo. Poi il silenzio.
Minuto 36:00. Secondo pranzo. Inquadratura concepita in identico modo. Ma stavolta nessuno parlerà. Ormai la regina ha interiorizzato lo spirito e l’atteggiamento da osservare. Solo un fugace sguardo, non ricambiato, di lei. Ancora silenzio tra di loro.
Minuto 41. Terzo pranzo. Scena simile: inquadratura frontale, luce ancora molto accesa, punto di vista centrale definito da una enorme portata di crostacei, più grande delle precedenti quasi a sottolineare la distanza incolmabile tra i due, che pure continuano a ribadire una consuetudine in cui sono entrambi ingabbiati loro malgrado. Nessuno sguardo stavolta. Solo silenzio.
Minuto 53 circa. Quarto pranzo. Ancora un’inquadratura frontale e simmetrica con un elemento separatore centrale. Ma stavolta la luce si fa crepuscolare, segno che qualcosa sta per cambiare a prescindere dalla routine ormai consolidata di una coppia anaffettiva. Lei non tenta più sguardi in cerca di conforto, ora consuma il suo pranzo come se fosse sola. Lo stesso silenzio ora rientra nello spirito ordinario di quel momento di convivialità fallita.
Minuto 117 circa. Ultimo pasto assieme. Stessa scena ma tutto cambia. Non c’è più alcuna luce se non quella incerta e flebile delle candele. Finalmente i loro sguardi si incrociano. Sono uniti finalmente, ma solo nel tragico momento finale. La simmetria della scena è interrotta solo dal braccio di lei che si allunga a cercare la mano del consorte. Finalmente gli sguardi si incrociano, si sorridono. Finalmente si comprendono.
Cinque scene. Cinque fotogrammi. Quanto basta per raccontare di una distanza, quella costruita dalle simmetrie di inconciliabili mondi interiori. La distanza è finalmente interrotta, dalla fine di una simmetria che separa. E dalla comunanza di un destino fatale.
Lucia Cirillo
Scatti ripetuti. Una storia di simmetria e di convergenza
Succede per cinque volte. Forse si potrebbe partire da questo dato per provare a capire quanto la scelta di un’inquadratura possa rappresentare una precisa intenzione narrativa e al contempo una suggestione visiva dotata di una storia propria. Pare suggerire questo il film “Marie Antoinette”, di Sofia Coppola, affascinante messa in scena in chiave pop dell’ascesa e declino della sfortunata consorte austriaca di Luigi XVI, nelle cinque scene in cui i due coniugi consumano il pasto principale.
Nel film è da subito evidente una preponderante scelta simmetrica delle inquadrature, facilitata dall’architettura dell’epoca e dal tentativo di restituire quel senso di ordinato rigore dato dal rigido protocollo di corte. Anche la scelta cromatica, brillante e accesa durante tutta la prima parte del film - per poi farsi cupa e livida man mano che si va verso il tragico epilogo - suggerisce una cura particolare verso tutta la componente non verbale della costruzione narrativa.
Scelte simili sembrano, appunto, aver ispirato le scene che vedono Maria Antonietta consumare il pranzo con il consorte.
Succede per cinque volte. Per cinque volte si ripete la scena del pranzo, apparentemente concepita sempre nella stessa maniera: inquadratura frontale e perfettamente simmetrica - un punto di vista centrale che segna una demarcazione netta tra i due, assenza totale (o quasi, lo vedremo) di dialogo e di sguardi. E invece, ogni volta, quella “stessa” scena suggerirà qualcosa di diverso.
Minuto 25:00 circa. Primo pranzo. I due si conoscono a malapena. Inquadratura simmetrica con un punto di vista centrale in cui l’elemento separatore è dato da un’enorme torre di asparagi a suggello di un’elaborata coreografia gastronomica. Colori accesi, arredi sontuosi. A fare da contorno una corte di personaggi silenziosi che li osservano, alimentando ulteriore imbarazzo e distanza tra i due. La regina prova a chiedere al suo futuro consorte della sua passione per le chiavi. Lui si limita a confermare, non ricambia lo sguardo. Poi il silenzio.
Minuto 36:00. Secondo pranzo. Inquadratura concepita in identico modo. Ma stavolta nessuno parlerà. Ormai la regina ha interiorizzato lo spirito e l’atteggiamento da osservare. Solo un fugace sguardo, non ricambiato, di lei. Ancora silenzio tra di loro.
Minuto 41. Terzo pranzo. Scena simile: inquadratura frontale, luce ancora molto accesa, punto di vista centrale definito da una enorme portata di crostacei, più grande delle precedenti quasi a sottolineare la distanza incolmabile tra i due, che pure continuano a ribadire una consuetudine in cui sono entrambi ingabbiati loro malgrado. Nessuno sguardo stavolta. Solo silenzio.
Minuto 53 circa. Quarto pranzo. Ancora un’inquadratura frontale e simmetrica con un elemento separatore centrale. Ma stavolta la luce si fa crepuscolare, segno che qualcosa sta per cambiare a prescindere dalla routine ormai consolidata di una coppia anaffettiva. Lei non tenta più sguardi in cerca di conforto, ora consuma il suo pranzo come se fosse sola. Lo stesso silenzio ora rientra nello spirito ordinario di quel momento di convivialità fallita.
Minuto 117 circa. Ultimo pasto assieme. Stessa scena ma tutto cambia. Non c’è più alcuna luce se non quella incerta e flebile delle candele. Finalmente i loro sguardi si incrociano. Sono uniti finalmente, ma solo nel tragico momento finale. La simmetria della scena è interrotta solo dal braccio di lei che si allunga a cercare la mano del consorte. Finalmente gli sguardi si incrociano, si sorridono. Finalmente si comprendono.
Cinque scene. Cinque fotogrammi. Quanto basta per raccontare di una distanza, quella costruita dalle simmetrie di inconciliabili mondi interiori. La distanza è finalmente interrotta, dalla fine di una simmetria che separa. E dalla comunanza di un destino fatale.