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Di che cosa parliamo quando parliamo di B-movies: la lezione di Lucio Fulci e Mario Bava

Di che cosa parliamo, quando parliamo di B-movies?  La (ri)scoperta della produzione cinematografica “di seconda serie” italiana parte da pellicole come Terrore nello spazio (1965) di Mario Bava e Black Cat (1981) di Lucio Fulci.

Osannati all’estero, timidamente menzionati in Italia. Le carriere di Bava e Fulci, maestri dell’horror e del sensazionalismo visivo serie B, hanno guadagnato loro gli onorifici di Maestro del Macabro e Padrino del Gore rispettivamente. Partito come addetto agli effetti speciali l’uno, regista di commedie e Spaghetti Western l’altro, i percorsi artistici di Bava e Fulci si intersecano con nomi di prima linea come Dario Argento, e la loro lezione s’imprime indelebilmente nella mente di, tra gli altri, Martin Scorsese e Quentin Tarantino.
Oggi, riprendere in mano l’opera di Bava e Fulci significa confrontarsi con la storia del cinema sia a livello di dinamiche produttive che di iconografia. In questo percorso, tanto Terrore nello spazio che The Black Cat si rivelano contributi preziosi ai fini della (ri)scoperta di un corpus a metà tra il genere e la politica degli autori.

Terra di nessuno finché se ne garantisce il ritorno economico, il B-movie si giostra tra semplicità narrativa e funambolismo visivo, tra aderenza a temi trasversalmente comuni e “liberi tutti” alla soggettività creativa dell’autore. Whatever works, basta che funzioni. E spesso, con grande preveggenza.

Perfetto esempio dell’abilità dei B-movie di incanalare lo spirito dei tempi con un certo anticipo è proprio Terrore nello spazio. Presentando scontri di corpi e menti tra la razza umana e genìe aliene durante una missione spaziale destinata al fallimento, il film di Bava riassume con maestria interstiziale i più giovani, e a diverso titolo maggiormente celebrati, 2001: Odissea nello spazio (1968), Alien (1979), Blade Runner (1982). Il futuro interstellare partorito del regista è in Technicolor, densissimo, e gli sventurati protagonisti vestono turbo-costumi che intrecciano linee spigolose à la Metropolis (1927) e la morbidezza accattivante delle tute iper-aderenti di Star Trek. Le creature aliene di Bava sono tentacolari, materialmente imponenti e orripilanti, e non risulta difficile tracciare una linea ereditaria tra la classe dirompente del Bava effettista e la soluzioni visive adottate in classici immortali come La cosa (1982). 

Parimenti figlio del proprio tempo, Black Cat parte da un racconto di Edgar Allan Poe per sviluppare una storia di mistero, stregoneria, possessione diabolica. La regia di Fulci è acrobatica, virtuosistica, e appaia momenti di lentezza ad accelerazioni da capogiro, caricando il pubblico su un rollercoaster spettatoriale. Lo scarto anagrafico tra il film di Bava e quello di Fulci è palpabile. Un rapido confronto con altri prodotti del brivido degli stessi anni di Black Cat, ad esempio Cat People (1982) di Paul Schrader, rende immediatamente evidenti le diverse aspettative in gioco. Dove Terrore nello spazio si crogiolava nella lentezza narrativa e puntava a un certo tipo di sconvolgimento tematico-visivo, la pellicola di Fulci ragiona invece per sinuosità e modularità, picchi di ritmica narrazione che si alternano a periodi di calma solo per caricare il jump scare successivo.

Di che cosa parliamo, dunque, quando parliamo di B-movie? Film figli del proprio tempo, non pensati per invecchiare bene, eppure che, forse proprio per questo, hanno saputo immettere durature scariche vitali nell’ecosistema cinematografico in cui si collocavano. I B-movie, e quelli di Mario Bava e Lucio Fulci in particolare, lasciano toccare con retina la fertilità strana e insperata dell’interazione tra cultura “alta” e “bassa”.
Riequilibrano un po’ i chakra. Li cerchiamo per staccare la testa, e ci troviamo con ancora più idee di quando li avevamo iniziati.
Buona visione a tutti. 

Elisa Teneggi

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