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Bernardo Bertolucci, maestro sognatore e anticonformista

Autore fondamentale all’interno del cinema italiano (e non solo), Bernardo Bertolucci, nato a Parma il 16 marzo 1941, con il suo cinema ha saputo restituire sul grande schermo più di cinquant’anni di Storia della Settima arte e del contesto politico, sociale e culturale in cui ha operato, attraversando con rara eleganza e impeto mai accomodante inquietudini giovanili, pregiudizi nel costume popolare, ideologia politica, disillusione post-Sessantottina, amore, morte, meraviglia e tragedia. Un cinema, quello di Bertolucci, capace di spingersi ben oltre i confini nazionali e vivere di uno straordinario respiro internazionale, pur mantenendo una forte matrice europea.

«Ma filmare è vivere, e vivere è filmare. È semplice, nello spazio di un secondo guardare un oggetto, un volto, e riuscire a vederlo ventiquattro volte. Il trucco è tutto qui». (citato in La mia magnifica ossessione. Scritti, ricordi, interventi (1962-2010), Garzanti Libri)

Dall’esordio come assistente alla regia di Pier Paolo Pasolini per Accattone (1961), fino al suo ultimo film da regista, Io e te (2012), Bertolucci, uomo di cultura a tutto tondo, si è fatto portatore di un cinema militante senza compromessi, incompreso e osannato a distanza di anni, ritenuto ormai all’unanimità, da pubblico e critica, una testimonianza artistica fondamentale. Un autore unico, la cui grande complessità tematica è stata frutto di un fertile intellettualismo mai esibito in maniera gratuita, avvolgente come i suoi sinuosi movimenti di macchina. E, non da ultimo, un regista in grado di dipingere alcune delle immagini più incredibili che si siano mai viste al cinema, anche grazie alla collaborazione con il grande direttore della fotografia Vittorio Storaro.

Nel giorno della sua tragica scomparsa, rendiamo omaggio alla straordinaria opera di Bernardo Bertolucci attraverso cinque titoli chiave della sua filmografia, ripercorsi in rigoroso ordine cronologico.

Prima della rivoluzione (1964)

Secondo film di Bertolucci e liberissimo adattamento da La certosa di Parma di Stendhal. Tra ricordi personali, citazioni cinefile (celeberrima la frase «Non si può mica vivere senza Rossellini», pronunciata dal co-sceneggiatore e interprete Gianni Amico), suggestioni musicali (la lunga sequenza al Teatro Regio accompagnata dalle note del Macbeth di Verdi) e utopie rivoluzionarie, il regista, all’epoca poco più che ventenne, racconta con passione, delicatezza e partecipazione la dissoluzione di un mondo borghese e provinciale, oltre che le smanie sentimentali e ideologiche di un giovane, emblema di una generazione che rivendica il proprio posto nel mondo, cercando di superare il proprio smarrimento identitario. Un’opera malinconica e amara, dolce e pessimista, un romanzo di formazione consapevole dei limiti dell’epica rivoluzionaria, dei conflitti insanabili tra le illusioni politiche, le ragioni del cuore e gli inevitabili compromessi dell’età adulta.

Il conformista (1970)

Adattamento molto libero dell’omonimo romanzo di Alberto Moravia attraverso cui Bertolucci opera una feroce critica alla borghesia italiana e alla sua ignavia. Una borghesia connivente e cieca davanti agli orrori del fascismo, idealmente rappresentata da Italo, personaggio non vedente creato ad hoc dal regista e non presente nel testo di partenza. Decisamente originale l’uso del flashback (che non disdegna le ellissi temporali) e strepitosa la messa in scena ricercata, spiazzante e ricchissima in cui abbondano i riferimenti alla decorazione e all’iconografia novecentesca, specie al futurismo e alle opere di De Chirico richiamate dalla splendida fotografia di Vittorio Storaro. Memorabile la colonna sonora di Georges Delerue, uno dei maestri della Nouvelle Vague.

Ultimo tango a Parigi (1972)

Il film più celebre, discusso e controverso di Bernardo Bertolucci, nonché l’opera più pessimista del regista parmense. Il profondo disagio esistenziale dei due protagonisti viene sublimato attraverso il sesso che, nella sua forma più libera e sostanzialmente perversa, è contemporaneamente strumento di ribellione e annichilimento di se stessi. Il sesso declinato dunque come ultima possibilità espressiva di una vitalità che va esaurendosi, come negazione di un male di vivere straziante e come abbandono delle inibizioni e convenzioni borghesi. Un’illusione confinata in un limbo spaziale dove eros e thanatos si incontrano (in una dinamica di attrazione e repulsione sia per il sesso che per la morte) ma non è sufficiente per sfuggire lo squallore e le frustrazioni quotidiane. Confezione formale sontuosa e grandiosa la prova dolente e feroce di Marlon Brando, ma la fragile (e sfortunata) Maria Schneider non è da meno. La pellicola fu sequestrata dalla censura, condannata al rogo e poi riabilitata con sentenza di non oscenità nel 1987 e quello stesso anno fu rieditata.

Novecento (1976)

Bertolucci sceglie la chiave kolossal per raccontare la storia d’Italia dall’inizio del ventesimo secolo alla liberazione dal nazifascismo. Il regista fonde drammi personali e drammi storici, imprimendo la narrazione di alcuni suoi temi ricorrenti, in modo particolare l’amore per l’opera e per Verdi in particolare: non è un caso, infatti, che i due protagonisti nascano lo stesso giorno, il 27 gennaio 1901, data di morte del genio di Bussetto. Il respiro melodrammatico delle opere storiche verdiane (come NabuccoIl Trovatore o Rigoletto sulle cui note si apre il lungo flashback iniziale) è percepibile in una vicenda che racconta la ricerca di un’identità, nazionale e individuale. Un fluviale affresco storico (301′), controverso e debordante, a volte schematico nel simbolismo ma dotato di una dirompente forza vitale.

Il tè nel deserto (1990)

Un viaggio alla scoperta di un universo tanto affascinante quanto misterioso, nonché un percorso introspettivo che porta i tre personaggi principali a interrogarsi su se stessi, sul legame che li lega e a mettere in dubbio certezze e modi di comportamento acquisiti. L’esotismo del film rimane l’elemento superficialmente più incisivo e memorabile (anche grazie alla strepitosa fotografia di Vittorio Storaro), ma Bertolucci firma una delle sue pellicole più complesse, ostiche e criptiche che altro non è che un melodramma privo di romanticismo, una riflessione sull’amore e sul carico di solipsismo che ciascuna relazione sentimentale porta con sé, un’opera profondamente intimista rivestita da una confezione da kolossal. L’apertura verso un mondo esterno ed estraneo, il confronto con una cultura diversa, la messa in discussione di un’idea preconcetta di affettività portano i protagonisti a svolgere un cammino tortuoso, interiore e concreto, accompagnati da un cielo riparatore (questo il titolo originale del libro e del film) attraverso la vastità sconfinata del deserto, due elementi smisurati e statici che esaltano per contrasto i turbamenti, le smanie emotive e le peculiarità individuali dei soggetti coinvolti. Straordinaria la colonna sonora di Ryūichi Sakamoto e Richard Horowitz.

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