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Indiana Jones, l'archeologo "agitato non mescolato" nato dal genio di Lucas e Spielberg
Indiana Jones, ovvero il temerario archeologo dal cuore d'oro pronto a rischiare la vita per difendere tesori e antichità di inestimabile valore, diviso tra scrupolosa carriera accademica e indiavolata esperienza sul campo. Incarnazione dell'eterna lotta del Bene contro il Male, Indy (non chiamatelo Junior come fa suo padre perché va su tutte le furie!) nasce dal genio assoluto di George Lucas, padre putativo anche di Star Wars, e Steven Spielberg, ovvero colui che riesce a esprimere meglio di chiunque altro le potenzialità del mezzo cinematografico in termini di magia, emozione e spettacolo.


«Perciò toglietevi dalla testa città abbandonate, viaggi esotici e scavi in giro per il mondo. Noi non seguiamo mappe di tesori nascosti e la X non indica mai il punto dove scavare»



Tra gli eroi più iconici, influenti e amati nella storia del cinema ma anche del costume contemporaneo, Indiana Jones vive di un'aura mitica fuori dal tempo, che rispecchia l'esplosività e il gusto per l'esagerazione degli anni '80 ma, allo stesso tempo, si fa cantore di una cultura postmoderna che spazia dai serial televisivi per ragazzi al cinema avventuroso degli anni '30 e '40, passando per gli intrighi spionistici alla 007. Impossibile, come accade davvero pochissime volte al cinema, scindere il personaggio dall'attore che lo ha sempre interpretato nei 3 + 1 film della serie, in attesa di vederlo tornare nel quinto episodio, diretto da James Mangold, che uscirà il 29 luglio 2022: frusta, capellaccio sgualcito e giacca di pelle, Harrison Ford è l'immagine dell'archeologo/professore/avventuriero per eccellenza, più volte imitato ma mai nemmeno lontanamente eguagliato.

Spielberg e Lucas realizzano I predatori dell'arca perduta (1981) dopo aver accarezzato l'idea di girare un film di 007 con Sean Connery protagonista, resa impossibile per questioni di copyright. Ed è proprio il mitico personaggio nato dalla penna di Ian Fleming nel 1953 uno dei modelli di riferimento principali nella caratterizzazione di Indy. Ironia, charme e, soprattutto, l'innata capacità tipicamente bondiana di dimostrarsi a proprio agio in ogni situazione di pericolo sono tre direttrici fondamentali che definiscono l'immaginario spielberghiano all'interno della saga di Indiana Jones. Il transfert cinematografico smussa quelle che sono le componenti della mitologia di 007 più "audaci" e meno adatte a un pubblico adolescenziale, ma la rielaborazione dei canoni del James Bond visto al cinema a partire dal 1962, molto diverso da quello conosciuto attraverso la pagina scritta (ma questa è un'altra storia), è tutt'altro che occultata. Ed è una gioia per gli occhi e per il cuore.



Se c'è un cliché che Indiana Jones ha spazzato via dalla faccia della Terra, è quello dell'archeologo compassato e legnoso che passa le giornate a spolverare reliquie nel suo grigio laboratorio. Per la premiata ditta Lucas&Spielberg l'archeologia diventa una scienza dal fascino incredibile, e il dottor Jones, oltre a mille eccentriche insidie sul campo, deve arginare anche le avances di qualche studentessa in aula durante le lezioni... James Bond sarebbe fiero di lui.

La maxi sequenza di apertura dell'immortale capostipite della saga, I predatori dell'arca perduta, è un classico della storia del cinema, un compendio di gran parte dei tratti distintivi che tutti i film del fortunato franchise proporranno negli anni a venire. Esotismo, un costante senso di minaccia incombente, ingegnose trappole da cui sfuggire in nome della gloria eterna, battute fulminanti, colpi di scena e un magnifico senso plastico dell'azione (come dimenticare il masso gigante che rotola alle spalle di Indy!). Ma il momento in cui si trattiene letteralmente il respiro insieme al nostro eroe è quello della "sostituzione" del sacchetto di sabbia al posto della preziosa statuetta. Impossibile non pensare al teaser bondiano che precede gli iconici titoli di testa, perfetta sintesi di spettacolo e trovate pirotecniche che caricano a puntino lo spettatore. Pochi minuti che sembrano racchiudere un film nel film, a volte inseriti come aggiunta alla storyline, a volte indipendenti dal soggetto principale seguito dalla narrazione.



L'opening scene di Indiana Jones e il tempio maledetto (1984), ambientata al Club Obi Wan (!!!) nella Shanghai del 1935, è uno dei vertici assoluti di tutta la carriera di Spielberg, senza ombra di dubbio. La chicca per cui andare in estasi totale è Ford/Indy che omaggia il Connery/Bond di Goldfinger con tanto di tuxedo bianco e garofano rosso all'occhiello.

Fulcro del terzo capitolo della serie, Indiana Jones e l'ultima crociata (1989), è l'irresistibile dinamica conflittuale del rapporto tra Indy e suo padre, magnificamente incarnato da una icona come Sean Connery. La ricerca del Graal, simbolica ricerca delle fede e del divino, coincide per Indy con la ricerca di un ritrovato rapporto paterno. Secondo Steven Spielberg soltanto l'autentico James Bond poteva impersonare il padre di Indiana Jones e il risultato del film gli ha dato pienamente ragione. «Quegli imbecilli che marciano al passo dell'oca come lei, dovrebbero leggerli i libri, invece di bruciarli» (Prof. Henry Jones Sr.).



Nel 2003, l'American Film Institute lo ha classificato come il secondo più grande eroe cinematografico di tutti i tempi, dopo Atticus Finch (Gregory Peck) ne Il buio oltre la siepe e prima di James Bond (Sean Connery) in Agente 007 – Licenza di uccidere, mentre nel 2020 è stato eletto il più grande personaggio cinematografico dalla rivista Empire. Entertainment Weekly nel 2009 lo ha classificato al 2º posto nella lista degli eroi più cool di tutti i tempi nella cultura pop, tra James Bond (primo) e Superman (terzo).
Vorrà pur dire qualcosa, no?

Davide Dubinelli