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Rebuilding Ground Zero: Steven Spielberg e l’11 settembre
Gli eventi storici sono stati spesso nel cinema di Steven Spielberg un motore fondamentale per rappresentazioni fortissime, originali e di grande potenza contenutistica, ma nessuno come l’11 settembre è stato (anche quantitativamente parlando) trattato in chiavi tanto differenti dal grande regista americano.



Riprendendo stralci del volume 9/11 – la 25esima ora del cinema americano, non si può che partire da The Terminal, un’ingegnosa metafora dell’isolazionismo statunitense post-11 settembre, che ben tratteggia il disorientamento di una nazione ormai incapace di esprimere un senso di accoglienza e di ospitalità.
Seppur ispirato a un fatto reale e basato su una sceneggiatura antecedente al crollo delle Torri, il film è una perfetta riflessione sull’America post attentato, anche solo a partire dalla trama: Viktor Navorski, nativo di Krakozhia, paese fittizio situato probabilmente nell’est europeo, atterra al J. F. Kennedy di New York ma, durante il volo, la sua nazione viene sconvolta da un violento colpo di stato e lui diventa così cittadino di uno Stato non riconosciuto dagli Stati Uniti, dunque senza un valido passaporto secondo le autorità americane di confine: dovrà quindi rimanere nel terminal di JFK finché la situazione politica in Krakozhia non si sia ristabilita.
Il sergente dell’Homeland Security interpretato da Stanley Tucci è l’allegoria di un’America intollerante, chiusa verso gli stranieri, ipocrita e distante dai suoi principi fondativi, e tutto il film ragiona anche su quei sistemi di sorveglianza che proprio dopo l’11 settembre si sono moltiplicati, non solo negli aeroporti americani (l’aeroporto, un non-luogo per eccellenza, diventa di fatto una rappresentazione visiva del dramma delle Torri, e al contempo, nel lavoro di Spielberg, una chiara metafora del senso di chiusura con cui gli Stati Uniti si trovano a fare i conti). Amara anche la conclusione, dove Viktor, ottenuto il permesso di entrare negli Stati Uniti, vi rimane solo il tempo strettamente necessario a compiere la sua missione, quasi a dire che non c’è più alcun interesse per un paese una volta riconosciuto da tutti come il paese delle opportunità.

Non solo The Terminal

 
Ma non solo in The Terminal, terzo film di Spielberg dopo l’11 settembre, troviamo legami con la tragedia. Si può anzi dire che in qualche modo Spielberg sembri avere una vera e propria ossessione per l’11 settembre, tanto che in tutti i film post evento fino a Munich si ritrovano elementi di collegamento molto interessanti.
Minority Report, tratto dall’omonimo racconto di Philip K. Dick, proietta la città di Washington nel 2054: gli omicidi non esistono più grazie a un sistema chiamato “precrimine”, che si basa sulle premonizioni di tre individui dotati di poteri extrasensoriali di precognizione grazie ai quali la polizia riesce a impedire gli omicidi prima che essi avvengano e ad arrestare i “colpevoli”. Anche in questo caso il film nasce da un soggetto precedente agli attentati, ma il riferimento alla “guerra preventiva” di Bush è piuttosto evidente, così come la critica morale alla presunzione di prevedere qualcosa che ancora deve accadere o, forse, non succederà mai.
Spielberg gira Minority Report quasi contemporaneamente a Prova a prendermi, film che nei titoli di testa sostiene di essersi ispirato alla vera storia di Frank Abagnale Jr., anche se gli eventi differiscono notevolmente da quanto riportato nella sua autobiografia. Di primo acchito sembra la storia di una famiglia problematica e di un ragazzino che diventa il truffatore più ricercato d’America per non voler accettare il divorzio dei propri genitori (la ben nota nostalgia di Spielberg per un mondo dove tutto scorre in armonia), ma approfondendo l’analisi Spielberg ci mostra il falso mito del successo, il potere dei media, portandoci a riflettere sul degrado degli Stati Uniti: anche in questo caso la riflessione socio-politica è importante, seppur sia forse meno collegabile al crollo delle Torri Gemelle rispetto a ciò che arriverà dopo.

La guerra dei mondi e Munich



Entrambi del 2005, La guerra dei mondi e Munich, sono due film molto diversi ma entrambi collegabili all’11 settembre.
Per il primo dei due, fu lo stesso Spielberg a confermarlo in un’intervista alla rivista tedesca Der Spiegel, quando affermò che probabilmente non avrebbe girato La guerra dei mondi se l’attentato dell’11 settembre non avesse avuto luogo.
La versione cinematografica di Spielberg del romanzo di H.G. Wells del 1897, così come la precedente versione radiofonica di Orson Welles e il film del 1953, coincide con un momento di particolare vulnerabilità per gli americani (nel primo caso era il terrore nazista, nel secondo caso la Guerra Fredda). Quando gli alieni fanno la loro comparsa, i cittadini guardano il cielo increduli e una delle tre astronavi vaporizza letteralmente con il suo raggio mortale tutto ciò che è intorno. È la stessa scena alla quale abbiamo assistito a New York l’11 settembre, basta sostituire i grattacieli che crollano con le astronavi, con Tom Cruise coperto di cenere bianca, come chi scappava da Ground Zero.
Analizzando più in dettaglio, è importante osservare che la minaccia viene dall’interno: gli alieni (benché sempre di alieni si tratti e quindi i nemici non sono simili a noi) arrivano da sottoterra, non dal cielo, e questo ben si riconduce alle tematiche delle cellule dormienti, dei terroristi non riconoscibili fino al loro manifestarsi o, in senso più traslato, di una colpa interna da rielaborare nel presente.
Dando avvio alle riprese di Munich, il giorno stesso dell’uscita mondiale de La guerra dei mondi, Spielberg affermò che il film poteva insegnare «something important about the tragic stand-off we find ourselves in today» (cfr. Today). I terroristi di Settembre Nero, il gruppo palestinese responsabile dell’attentato a Monaco, volevano, così come i terroristi dell’11 settembre, attirare l’attenzione dei media sulle loro ragioni e generare consenso verso la loro causa. Dopo le Olimpiadi, i servizi segreti israeliani uccisero i terroristi coinvolti nell’attentato.
Spielberg non intende certamente paragonare gli agenti del Mossad ai terroristi, ma nel momento in cui gli agenti portano a compimento la loro missione, essi stessi si rendono conto che i loro bersagli sono persone con una famiglia, con degli affetti, e cominciano a sentire l’ambiguità morale della loro missione. Alla fine del film appaiono in lontananza le Twin Towers a comunicare metaforicamente il rifiuto dell’israeliano Avner, emigrato in USA, a proseguire a compiere stragi per conto del Mossad: le Twin Towers, la Monaco americana, che lascia allo spettatore il peso della memoria di quello che avverrà in seguito, come ben descrive Luca Malavasi (in «Cineforum», n. 452, p. 19): «[…] tutto, lentamente ma inesorabilmente, in questo teatro di specchi e fantasmi, di voci e personaggi travestiti, di informazioni di cui non è possibile e nemmeno più importante stabilire la verità o la falsità, si riflette almeno una volta nel suo rovescio, rivelando insospettabili somiglianze nella diversità. La morale non è però qualunquistica: azzerare le differenze non significa parificare le ragioni e semplificare la storia; né, tanto meno, assolvere tutti allo stesso modo. Significa, al contrario, riconoscere l’esistenza e il funzionamento di una logica – tra lo psicologico e il comportamentale – che sta prima della storia e della politica, e che ci porta alla fonte non della violenza, ma dell’umanità […]. E così, questa volta, Spielberg non chiude sull’happy end […], chiude su un punto interrogativo perfettamente riassunto dal dialogo scenografico tra il piccolo Avner e l’imponente skyline newyorkese. Nel quale, un po’ defilate, svettano le torri gemelle. Ancora lì».



Ancora lì, non solo al cinema, ma nella nostra memoria e la necessità di ripensare a quanto successo, tra metafore aliene, terminal di aeroporti e immagini dirette, è qualcosa che Spielberg sa molto bene e ha capito prima di chiunque altro. 

Andrea Chimento

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