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Fili d'erba: la recensione di Strappare lungo i bordi, la serie tv di Zerocalcare

«Ma nun te rendi conto de quant’è bello? Che nun te porti er peso der mondo sulle spalle, che sei soltanto un filo d’erba in un prato».
 

Filo d’erba: ecco il fil rouge di Strappare lungo i bordi, serie tv con cui Michele Rech, in arte Zerocalcare, ha fatto il suo esordio su Netflix. Dopo l’enorme successo editoriale, iniziato con La profezia dell’armadillo, Zerocalcare decide di lanciarsi in un progetto più ambizioso, una serie d’animazione in cui raccontare nuovamente il suo mondo, come ha sempre fatto in tutte le sue opere, aggiungendo un ulteriore tassello, facendo un nuovo passo avanti nel suo repertorio artistico fatto di risate genuine, amare, (auto)ironia, sarcasmo e malinconia.  

«Se su 8.000 film non te ne va bene manco uno, forse sei te che non vai bene».

 
Una continua ricerca di un posto nel mondo, un racconto in prima persona ambientato naturalmente a Roma, anzi, a Rebibbia, dove da sempre hanno luogo tutte le sue storie. Non fa eccezione per la serie tv, che più che un nuovo capitolo sembra essere un insieme di pezzi di un puzzle esistenziale che vanno ad aggiungersi a quelli narrati in precedenza, riempiendo qualche spazio, lasciando spazio ai ricordi, per chi già conosce. Strappare lungo i bordi, per un fan di Zerocalcare, è come tornare nuovamente a casa, dove i leitmotiv della sua poetica non tardano ad arrivare, a partire dagli accenni al G8 di Genova e a quell’episodio con la guardia forestale di cui ha sempre raccontato, dai tempi del blog alle raccolte come Ogni maledetto lunedì su due o L’elenco telefonico degli accolli, dei quali non mancano i rimandi, come il fatto di non riuscire a buttare le cose. Lungo i 6 episodi della serie, ognuno della durata di circa 15 minuti, si rincorrono i personaggi e le tematiche noti ai lettori: dal bimbo Blanka alla volpe, richiamo a Dimentica il mio nome, i plumcake, o l’immancabile stella di Kobane presente sullo zainetto, arrivando alla mamma (“Genitore uno”) dalle sembianze di Lady Cocca. Ma soprattutto Secco e Sara, sempre presenti nelle sue opere e che con Zerocalcare condividono un percorso di vita quantomai frastagliato, oltre all’immancabile coscienza Armadillo, doppiato da Valerio Mastandrea (nel film tratto dalla sua graphic novel d’esordio la voce era, invece, di Valerio Aprea).  

«Ma te che obiettivo te sei dato?»


 
Sono inoltre diversi gli omaggi ai film che lo hanno segnato: L’odio, di Mathieu Kassovitz, Star Wars – celebrato in più modi, compresa una locandina di Rogue One tradotta in romanesco – e Stanley Kubrick, di cui sono evidenti Arancia Meccanica e Full Metal Jacket, ma anche serie tv di successo come Stranger Things e Il Trono di Spade, di cui casa sua diventa un’esilarante parodia. Ma oltre a questo apparato visivo ricco di dettagli e giochi per cercatori di easter eggs, c’è la ricerca continua, l’accento posto sulle scelte difficili da compiere, ritratto di una generazione che vive l’instabilità emotiva e lavorativa portando alla luce un senso di incompiutezza generale. Ci si trova di fronte a quello che potrebbe essere un riassunto del mondo di Zerocalcare, che con libertà espressiva, al netto di alcune imperfezioni e di una narrazione non sempre fluida (a tratti quasi eccessivamente verbosa), riesce a stemperare anche tutti i momenti più intensi, in un crescendo che porta ad un finale coraggioso ed emotivamente forte, di cui comunque già aveva parlato nelle sue opere. 

«Nun posso trovà fuori quello che me manca dentro».


 
Zerocalcare, quindi, prosegue la sua poetica autoriale cambiando mezzo espressivo – già sperimentato in pillole con Rebibbia quarantine – ma senza tradire i capisaldi che lo hanno portato nel tempo a guadagnarsi lo status de “L’ultimo intellettuale”, come lo ha definito Marco Damilano in una prima pagina de L’Espresso, anche se Calcare non si è mai trovato d’accordo. Sempre alla ricerca di un posto nel mondo, schivo dai titoli che potessero definirlo: in cammino, procedendo piano, strappando lungo i bordi.

«Semo fili d'erba, te ricordi?»

Lorenzo Bianchi

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