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"The Last Dance", recensione (e statistiche) della serie Netflix su Michael Jordan e i (suoi) Chicago Bulls

The Last Dance è una serie straordinaria, partiamo da qui.
Una docu-serie sportiva, direbbe qualcuno, ideata da Michael Tollin e diretta da Jason Hehir, che sta meritatamente avendo un successo di critica e pubblico impressionante.

In queste settimane è già stato scritto moltissimo su questo prodotto che rimarrà a lungo impresso nella memoria, talmente stratificato che, forse, per proporne un’ulteriore analisi, è meglio dividerla in capitoli o, meglio ancora…in statistiche:

Minuti giocati

10 puntate, da quasi un’ora ognuna, attraversate da un montaggio frenetico, che aumenta sempre più alla distanza. Il ritmo della narrazione è perfetto in ogni episodio, la suspense coinvolge sempre di più in un vero e proprio climax crescente.

Difficile trovare una serie che non abbia cali durante la visione, ma in questo caso è esattamente così: non ci sono momenti di stanca o episodi meno interessanti di altri, anzi, il disegno complessivo è coerente e funzionale a dare vita a un insieme di voci perfettamente amalgamato. E si arriva all’ultimo quarto (pardon, agli ultimi due episodi) col fiatone, da quanto la tensione si mantenga alta, nonostante (forse) sappiamo già come vada a finire…

Palle rubate

Ciò che rimane immediatamente impresso di questa serie è come, anche per i più appassionati, ci sia un numero infinito di segreti, rivelazioni, scoperte che si possono fare.
Sembrava tutto chiaro, poi a un certo punto c’è qualcuno che ruba la palla a un altro, ribaltando le presunte verità che conoscevamo.

Fin dalle prime puntate Michael Jordan (vero e proprio deus ex machina dell’operazione, onnipotente anche qui, come sul campo) svela, ad esempio, che aveva trovato i suoi compagni durante il suo anno da rookie a fare uso di droghe e divertirsi in modo non troppo ortodosso nelle camere d’albergo.
Potremmo citarne tante di frasi su segreti, rivelazioni sparse e altro, ma forse quella che più colpisce è la tranquillità con cui Jordan dice che avrebbe preferito l’Adidas alla Nike e di quanto la Nike fosse poca roba ai tempi in cui venne proposto a Jordan un contratto…incredibile, pensando a cosa è successo dopo e a quanto il marchio Jordan sia stato forse il vero traino per tutta l’azienda Nike.

Stoppate

Tante le accuse, tante le “stoppate”, con molti dei protagonisti chiamati in causa che devono anche difendersi verbalmente.
Potremmo partire da Jordan ancora una volta, ma i momenti migliori in questo senso sono quelli con Dennis Rodman in scena, che parla senza filtri della necessità delle sue fughe dagli allenamenti, lo “storico” viaggio a Las Vegas, gli incontri di wrestling e via dicendo.

Non a caso è stato uno dei più grandi difensori degli anni ’90. L’unico che non ha potuto difendersi è Jerry Krause, il general manager di quei Bulls, scomparso nel 2017, che ne prende di tutti i colori durante le 10 puntate della serie. Fortunatamente per la sua memoria, il buon Scottie Pippen gli tributa delle parole di stima al termine della serie, nonostante sia sempre stato sottopagato per tutto ciò che metteva in campo.

Rimbalzi

Già lo dicevamo all’inizio, uno dei veri miracoli di The Last Dance è come riesca a “rimbalzare” tra le molteplici voci a disposizioni, tra “amici” e “nemici” di Jordan e di quei fantastici Bulls.
Il rimbalzo più riuscito, però, è quello temporale, con una linea cronologica lineare che segue la carriera di Jordan, alternandola in ogni puntata con quella degli altri tori in campo e, soprattutto, con quella memorabile stagione (1997-98) che rappresenta davvero l’ultima danza, l’ultima annata prima che tutta quella squadra venga smantellata, come annunciato già all’inizio della stagione stessa.

Assist

Secondo alcuni che se ne intendono davvero, la miglior giocata della carriera di Jordan non è stata un canestro, ma un assist a quel “mingherlino bianco” di Steve Kerr, che segna il canestro decisivo per dare ai Bulls il quinto titolo.
Già, gli assist sono tanti in questa serie, ma il più bello arriva fuori dal campo…un solo assist per due ricevitori: il primo è il pubblico che ha vissuto quegli anni e quei momenti indimenticabili, i fan sfegatati o i semplici curiosi, che possono rivivere quei momenti uno dopo l’altro; il secondo ricevitore, però, sono gli spettatori che erano troppo giovani o non ancora nati, così come quelli a cui magari interessava poco il basket americano in quel periodo, che con questa serie possono scoprire una pagina di storia non solo dello sport, ma dello spettacolo e, forse, del ventesimo secolo in generale.

Punti

Arriviamo alla statistica più importante: i punti. Quali sono i veri punti che mette a referto The Last Dance? Sono molti, ma al primo posto ci sono le emozioni che vengono messe in campo.
Le emozioni provate da chi guarda e le emozioni provate da chi ricorda, in questa vera e propria lezione di vita, piena di ispirazioni, divertimento e commozione.

Da The Shot a The Last Shot il passo sembra breve, una sola parola, ma in mezzo è avvenuto davvero di tutto e questa serie lo racconta così bene.
C’è spazio per momenti più retorici e ad alto tasso di melassa (l’entertainment americano a tutti gli effetti) e altri essenziali, secchi, privi di qualsiasi concessione. Un po’ come quell’ultimo tiro, calcolato e improvvisato, semplice e impossibile. Perfetto, insomma.

La partita successiva

Bene, calcolate le statistiche cosa bisogna fare? Pensare alla partita successiva, prepararla al meglio, migliorarsi…

Nell’ultima puntata si canta We Are the Champions, ma la vera canzone dei Queen che risuona pur senza ascoltarla è The Show Must Go On, perché la vera chiusura di tutto non è il passato, ma un futuro che non si è mai realizzato, almeno in questa dimensione.

Jordan lo dice e parla per tutti. Se la dirigenza avesse fatto le cose in maniera diversa, quei Bulls sarebbero rimasti per provare a conquistare il settimo titolo; d’altronde si sa che… six is sweet, ma seven is heaven. Lo spettacolo deve andare avanti, anche se non si è mai verificato.

Chissà che in un’altra dimensione o in un altro universo non sia successo davvero che siano tornati per il settimo… chissà, ma noi ci teniamo questa dimensione perché The Last Dance e quel The Last Shot sono la degna conclusione di un’esistenza più simile alla leggenda che alla realtà.

Circa 15 secondi, da quando Jordan ruba la palla a Karl Malone, quella palla che non passerà più e che finirà dentro la retina per chiudere al meglio questo ballo.

Il finale perfetto di uno dei film (?) più belli che abbiamo mai visto.  

Andrea Chimento

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