La mia famiglia a Taipei
Zuopiezi nuhai
Durata
108
Formato
Regista
La piccola I-Jing (Nina Ye) vive a Taipei con la sorella maggiore e la madre. Mentre quest’ultima fronteggia i debiti gestendo un chiosco in un vivace mercato notturno e la sorella contribuisce con un lavoretto part-time, la bambina esplora con meraviglia la cittadina: le strade, le bancarelle, le luci della metropoli. Ma perché disegna con la mano sinistra? Il nonno non vuole, dice che quella è una mano malvagia. Questo singolare divieto darà il via a una serie di vicende incredibili e inaspettate: con quella mano, I-Jing arriverà a ribaltare le sorti della sua famiglia e a sfiorare un segreto ben custodito.
Esordio in solitaria di Shih-Ching Tsou, abituale produttrice dei film di Sean Baker, con cui aveva diretto in coppia il film Take Out (2004). Il regista di Anora (2024) ha co-scritto, montato e co-prodotto questa opera prima dell’amica e collaboratrice e si sente indubbiamente anche il suo tocco in un film girato con gli iPhone (come il bel Tangerine) e in cui il ritmo richiama alcune sue pellicole. Allo stesso modo, però, si sente comunque l’urgenza e il tocco di una neoregista che firma un prodotto intimo e personale, capace di raccontare una famiglia con la giusta delicatezza e attenzione drammaturgica. La visione di Taiwan e alcune dinamiche narrative sanno troppo di già visto, ma il disegno d’insieme del film è comunque efficace e capace di regalare sane emozioni allo spettatore. La forza della pellicola sta nella sua capacità di trasformare Taipei in uno spazio mentale prima ancora che geografico: una città vissuta attraverso interni, passaggi e tempi morti, che riflettono l’instabilità dei legami e delle identità dei personaggi. La regia di Tsou adotta uno sguardo discreto ma preciso, che osserva senza invadere, lasciando emergere il conflitto non nei dialoghi espliciti ma nei dettagli, nei gesti interrotti, nelle presenze trattenute. Il valore aggiunto della pellicola passa proprio da questa scelta di misura: La mia famiglia a Taipei rifiuta il melodramma e ogni tentazione risolutiva, restituendo un’idea di famiglia come spazio irrisolto, fragile, ma autentico. È un lungometraggio sincero, La mia famiglia a Taipei, un prodotto caratterizzato da una bella colonna sonora e da personaggi costruiti in maniera spontanea e totalmente credibile. Non c’è niente di memorabile, forse, ma è comunque un esordio da ricordare, apprezzabile tanto nella forma, quanto nei contenuti. Da segnalare che il film ha vinto il premio del pubblico alla Festa del Cinema di Roma 2025.