Inseguita, torturata, violentata, rapita, vampirizzata: la donna nel cinema horror se la passa spesso piuttosto male, alla mercé di mostri, psicopatici e creature demoniache varie. Ma quando è lei a fare la parte del carnefice, per le vittime la lotta si fa ancora più dura.
Donna fatale, vampira, madre assassina, sacro femminino incarnato, strega, psicopatica, vittima di abusi e di traumi assetata di vendetta: sono tante le declinazioni orrorifiche della donna sul grande schermo e tutte portano con sé un ricco bagaglio di sfumature e complessità tipicamente femminili e impossibili da ritrovare nelle più manichee controparti maschili.
La maternità come ossessione dolorosa e la seduzione come gioco mortale sono due dei topoi più utilizzati nelle pellicole declinate al femminile, insieme alla mancata accettazione, alla paura del rifiuto e a un’apparente fragilità che si trasforma spesso in una furia cieca e impossibile da controllare.
Dal capolavoro di Dreyer alla vamp fatale di Theda Bara, dalla madre terrificante di Profondo rosso alla seduttività languida di Simone Simon ne Il bacio della pantera e a quella contemporanea di Sheri Moon Zombie nel visionario Le streghe di Salem: dieci pellicole per passare un Halloween da brivido in dolce e letale compagnia delle donne più terrificanti del grande schermo.
Siete pronti a essere sedotti dal male?
A Fool There Was (1915) di Frank Powell: melodramma dai risvolti orrorifici e storia della discesa agli inferi di un uomo serio e affidabile, sedotto da una femme fatale spietata e arrivista. Primo ruolo importante per Theda Bara, in onore della quale fu coniato l’aggettivo “vamp”, poi diventato di uso comune per definire una donna seduttiva e pericolosa. Ispirato a un poema di Rudyard Kipling.

A Fool There Was
Vampyr – Il vampiro (1932) di Carl Theodor Dreyer: il primo film sonoro di Dreyer è il capolavoro più estremo, geniale e visionario partorito della creatività del maestro danese. Il debito nei confronti di Joseph Sheridan Le Fanu e del suo Carmilla appare evidente nella figura della donna-vampiro che succhia il sangue a ignare vittime. Un campionario densissimo di allucinate soluzioni visive, inusitato per l’epoca e ancora oggi di ineguagliata fascinazione.

Vampyr – Il vampiro
Il bacio della pantera (1942) di Jacques Tourneur: Tourneur dirige un sofisticato horror dalle rarefatte e angosciose atmosfere, puntando dichiaratamente alla non rappresentazione del soprannaturale, e mette in scena le paure di una protagonista annientata dalla propria bestiale natura, oltre al tratteggio di una latente sessuofobia, che condanna la donna a una ghettizzazione tanto dolorosa quanto inevitabile. Da segnalare l’omonimo remake di Paul Schrader, con una Nastassja Kinski erotica e spregiudicata.

Il bacio della pantera
Profondo rosso (1975) di Dario Argento: il nostrano maestro del brivido ha da sempre un rapporto complicato con il genere femminile, almeno sul grande schermo, tanto da caricarlo spesso di valenze maligne e perverse. E Profondo rosso riesce a far precipitare lo spettatore nell’incubo delirante di una mente malata, con più di un riferimento alle ossessioni del femminino. Teso, violento, claustrofobico: un cult.

Profondo rosso
Carrie – Lo sguardo di Satana (1976) di Brian De Palma: dall’omonimo romanzo (1974) di Stephen King, un horror che è anche una lezione di montaggio, dotato di tempi perfetti e capace di giocare nel modo giusto con la suspense. Indimenticabile Sissy Spacek nei panni della fragile e martoriata Carrie, la cui furia diventa simbolo straziante e irreversibile di un’adesione al Male tutt’altro che spiccata, ma terribile nelle sue devastanti conseguenze. Meglio sorvolare sullo squallido remake (Lo sguardo di Satana – Carrie) diretto nel 2013 da Kimberly Peirce.

Carrie – Lo sguardo di Satana
Misery non deve morire (1990) di Rob Reiner: “sono la tua ammiratrice numero uno“. Spesso saccheggiato dalla macchina cinema, King viene stigmatizzato sul grande schermo anche da Reiner. Il quale consacra Kathy Bates alla celebrità, grazie a un ruolo da antologia: Annie Wilkes, infermiera ossessionata dal personaggio letterario di Misery Chastain e dal suo autore Paul Sheldon, riesce a provocare più di un brivido. Indimenticabile la sequenza della “punizione” inflitta a Sheldon con una grossa mazza.

Misery non deve morire
The Ring (1998) di Hideo Nakata: il film che ha dato ufficialmente il via alla new wave horror giapponese, scatenando un inedito fervore produttivo. Nakata si ricollega alla stagione anni Cinquanta e Sessanta del kaidan-eiga (genere cinematografico ispirato alle classiche storie di spiriti del periodo Edo) ed esalta la figura tradizionale dell’onryo (il fantasma vendicativo di sesso femminile popolarissimo nel teatro kabuki), raggiungendo i vertici di una tensione che esplode prepotente nello straordinario finale. Remake americano del 2002, firmato da Gore Verbinski.

The Ring
The Descent (2005) di Neil Marshall: viaggio oscuro nei meandri della mente umana, simboleggiati dalla struttura labirintica e claustrofobica delle grotte in cui si trovano le protagoniste. Marshall punta sulle paure più ancestrali, scartando mirabilmente di livello; e il nemico da fronteggiare non è più (o almeno non solo) il mostro, ma la parte più oscura dell’essere umano e, nello specifico, dell’animo femminile. Parola d’ordine: sopravvivere, a ogni costo. Finale semplicemente raggelante.

The Descent
À l’intérieur (2007) di Alexandre Bustillo e Julien Maury: iperviolenza e backgroung sociale, questi gli elementi base di un horror che metaforizza il terrore xenofobo. Ma a svettare sono il possesso e l’ossessione legati alla maternità, in cui la donna è pronta a morire per la salvezza della perpetuazione del proprio sangue. E il sangue è l’elemento che i due registi scelgono come fil rouge di una narrazione viscerale e disperata che, al di là delle scene splatter con cui lo spettatore viene brutalmente bersagliato, prende vita e senso nel dramma femminile capace di riflettere i turbamenti di un paese alle prese con una difficile crisi identitaria. Straordinaria e autenticamente inquietante Béatrice Dalle nei panni dell’intrusa.

À l’intérieur
Le streghe di Salem (2012) di Rob Zombie: affresco visionario in perfetto equilibrio tra stregoneria, demoni, sacro e blasfemo, eros e thanatos, i quali si congiungono e distruggono in un continuum che stordisce e sconvolge. Zombie pone al centro assoluto della narrazione le figure femminili, attorno a cui gli uomini ruotano inermi e impotenti: vittima (una Sheri Moon Zombie in stato di grazia) e carnefici (le inquietanti vicine di casa guidate dalla mefistofelica Meg Foster alias Margaret Morgan).

Le streghe di Salem