“Ogni libro ha due autori. Chi lo scrive e chi lo legge. Io, trattandosi di un film di un grande autore come Marco Bellocchio, volevo rimanere indietro e fare un passo di lato, non invischiarmi nel suo lavoro. Gli ho detto solo: cambia pure tutto ma se puoi non cambiare lo spirito del libro. Anche se quando un regista come Marco prende in mano il tuo lavoro non puoi che stare tranquillo. Specie se si tratta di un dolore che hai vissuto in prima persona e che hai attraversato direttamente, come in questo casoâ€.
Massimo Gramellini, autore del romanzo di successo Fai bei sogni da cui Marco Bellocchio ha tratto l’omonimo film, inaugura così la conferenza stampa romana di presentazione del film, in collegamento skype dalla sede torinese del quotidiano La Stampa. Un volume che nelle mani di Marco Bellocchio, ancora oggi forse il regista italiano più libero e inventivo in attività , non poteva che tramutarsi in una rielaborazione personale, in qualcosa di strettamente denso e privato. “Il libro di Massimo era pieno di immagini – fa eco a Gramellini il regista piacentino – quella del funerale l’avevo addirittura dipinta in un mio quadro, fornendone una mia piccola ricostruzione molto prima di girare la sequenza. La mia infanzia è trascorsa attraverso una lunga serie di funerali, ma in questo caso si tratta di una storia d’amore. Un amore non nevrotico né patologico ma forte, intenso, tra una madre e suo figlio. Questo sentimento io non l’ho conosciuto in prima persona, ma l’ho trovato nel libro e ho cercato di ricrearlo, basandomi sulla non accettazione iniziale del lutto da parte del bambino protagonista, un rifiuto che è motore fondamentale della vicenda e che si vede eloquentemente proprio nella scena del funerale che citavo primaâ€.
“Il mio cinema è da sempre fondato sulla famiglia e sulle madri – prosegue Bellocchio – c’è una vera e propria via delle madri che ritornano nel mio cinema tutt’altro che casualmente. In questo caso si trattava di un rapporto felicissimo eppure drammaticamente interrottoâ€. Una relazione che Massimo Gramellini ha per forza di cose rivissuto, specchiandosi nella trasposizione del suo romanzo: “Sono stato un giorno soltanto sul set ed è stata già così un’esperienza a dir poco devastante, figuriamoci se avessi anche dovuto scrivere la sceneggiatura, firmata invece egregiamente da Marco con Edoardo Albinati e Valia Santella. Ho preferito lasciar fare a loro, anche perché si tratta di un storia che, scrivendo il libro, ho voluto in qualche modo lasciarmi alle spalle. Ringrazio pubblicamente Marco, cosa che non ho mai fatto in privato, per la delicatezza e il tatto con cui ha trattato la mia storia. E voglio dare il mio plauso anche all’attrice che interpreta mia madre, Barbara Ronchi, capace di restituire con i suoi occhi tutto ciò che io non sono stato in grado di dire con le parole. Quando sono arrivato sul set ci siamo abbracciati e c’è stato una specie di transfer, è stato uno dei momenti più emozionanti della mia vita. In quell’istante ho pensato di stare riabbracciando davvero mia madreâ€.

Gramellini, nel corso della conferenza, non esita a scendere nei dettagli della trasposizione: “Mi è molto piaciuta la centralità attribuita al personaggio di Belfagor, che poi, come tutti i veri cattivi, agisce a fin di bene. Nella prima stesura mi mancava e avendo fatto un corso di sceneggiatura a Cinecittà sapevo che dovevo aggiungere un antagonista per creare conflitto nella drammaturgia. Ho anche apprezzato il modo in cui Marco Bellocchio ha riassunto le ultime quaranta pagine, che nel romanzo sono fitte di dialoghi. Lui ci ha messo questa immagine di una donna che si tuffa in una piscina, che è un’immagine sintetica e di grande forza che personalmente ha avuto una presa devastante su di me. Vedendola ho pensato: questo è cinema. Anche il ruolo che la tv ha nel film è centrale: negli anni ’70 per le case italiane era molto più che un elettrodomestico, si trattava del vero e proprio focolare dell’abitazione, in grado di dettare ritmi e abitudini. Molto più di ciò che è adesso, dove di fatto è stato soppiantato dai computer. Mia madre non era una fanatica della tv come nel film, ma non importa, perché avrebbe anche potuto esserlo. Uno dei primi ricordi che ho dopotutto è lei che mi allontana dalla tv per impedirmi di vedere il ciclope Polifemo che divora i compagni di Ulisse, una scena che mi terrorizzava. La cosa bella del film di Bellocchio è che il protagonista si chiama Massimo, perché chiaramente sono io, ma avrebbe anche potuto chiamarsi Marco, e questa cosa mi piace moltissimo. I capelli del bimbo infatti nel film sono neri, mentre io ero biondo da piccolo. L’unico colpo gobbo che Marco mi ha fatto, e dico “gobbo†non a caso, è far interpretare la mia infanzia e me da piccolo a un bimbo tifoso della Juventus. Un vero dramma per me!â€.
Ha invece chiosato il protagonista Valerio Mastandrea, con la consueta ironia e scatenando le risate di tutti i presenti: “Aspetto un film di Marco Bellocchio in cui ci sia un tentato omicidio, un delitto con una morte che però non si concretizza e che potrebbe dare vita a un giallo. Secondo me lì il Maestro potrebbe davvero raggiungere la sua maturità !â€. L’attrice Bérénice Bejo, anche lei presente, si dichiara dal canto suo entusiasta di aver lavorato con Bellocchio: “Un’esperienza breve ma intensa, per quel che mi riguarda, davvero stimolante. Marco sul set era il primo ad alzarsi e l’ultimo ad andare a dormire, un uomo con un entusiasmo enorme per il suo proprio lavoro. Ci sono tanti registi più giovani che non hanno affatto la sua energia e la sua tempra. Se a settant’anni saprò ancora lavorare con la sua carica non potrò che esserne felice. Il mio in questo caso è un piccolo ruolo, ma mi ha riempito di felicità â€.
Nel film ha una piccola parte, oltre ai vari Miriam Leone e Roberto Herlitzka impegnati in delle apparizioni speciali, anche Piergiorgio Bellocchio, figlio di Marco e suo interprete feticcio: “Il mio fotografo che va a Sarajevo insieme al Massimo interpretato da Valerio Mastandrea mi ha dato la possibilità di recarmi fisicamente in quella città e di toccare con mano una guerra recentissima e dimenticata forse troppo in fretta, sulla quale quella scena prova anche, nel suo piccolo, a riaccendere un piccolo faro. Ogni attore per quel che mi riguarda esce arricchito dal lavoro con mio padre, dopo aver lavorato con lui si ritrova a uno stadio più avanzato del precedente. Da questo punto di vista non posso che ritenermi molto privilegiato”.
Chiude il produttore Beppe Caschetto: “Il film è stato venduto in 30 paesi in tutto il mondo, in Francia sarà il film di Natale. Credo che oggi anche i grandi autori abbiano il diritto, oltre che il dovere, di farsi guardare da molto pubblicoâ€.