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I personaggi memorabili del cinema di Billy Wilder

Tra gli autori che hanno segnato in maniera indelebile la storia della settima arte, Billy Wilder ha toccato generi cinematografici assai diversi tra loro, regalando al pubblico opere da antologia e momenti entrati di diritto nell'immaginario collettivo. Appassionato di scrittura e sceneggiature, anche se ben lontano dal trascurare l'apparato formale, sempre impeccabile, Wilder costruiva un mondo di celluloide capace di bucare lo schermo e arrivare alle miserie del reale, anche grazie a caratterizzazioni da urlo: i suoi personaggi hanno attraversato i decenni per arrivare, intatti con il loro fascino, fino al pubblico di oggi. Di seguito, una carrellata di (alcune delle) figure indimenticabili che hanno contribuito a rendere immortale la filmografia di Billy Wilder.


 



Fedora di Fedora (1978)



Ormai a fine carriera e ultrasettantenne, Billy Wilder s'inventa un ideale capitolo complementare di Viale del tramonto (1950), il suo più grande capolavoro, andando di nuovo a raccontare una storia di decadenza (sia fisica che di popolarità) del mondo, mortifero, malato ma comunque affascinante, di Hollywood. E lo fa attraverso il personaggio straziante e al tempo respingente di Fedora (interpretata da una straordinaria Marthe Keller), icona consacrata al culto del divismo e custode di un agghiacciante segreto che porterà inevitabilmente alla tragedia.


 


C.R. MacNamara di Uno, due, tre! (1961)



Geniale e corrosiva satira della polarizzazione ideologica ai tempi della Guerra Fredda (proprio nel 1961, tra l'altro, veniva costruito il famoso muro di Berlino), dove i fanatismi comunisti e i capitalismi vengono specularmente crivellati dal fuoco di fila di una affilatissima sceneggiatura, rivelandosi solo dei vuoti involucri di slogan entro cui la mediocrità degli uomini cerca rifugio. James Cagney che, nel ruolo del boss C.R. MacNamara, abbaia ordini come una mitragliatrice schioccando le dita è, con ogni probabilità, una delle trovate più divertenti di tutta la filmografia di Billy Wilder.


 


Sabrina Fairchild di Sabrina (1954)



Billy Wilder tocca l'apice del successo popolare confezionando una delle più celebri storie d'amore degli anni '50, capace di strizzare l'occhio con classe alle sophisticated comedy degli anni '30 e '40, fiabesca e delicata, contraddistinta da un leggerissimo sense of humour che dà al film quel tocco sornione e chic. Centro assoluto della narrazione è la splendida protagonista, interpretata da una Audrey Hepburn in stato di grazia, bocciolo candido e ingenuo che sboccia trasformandosi nel simbolo di un'eleganza e di un glamour senza tempo.


 


Irma di Irma la dolce (1963)



Canto del cigno della grande commedia degli equivoci di Billy Wilder, Irma la dolce è probabilmente la più libera e spumeggiante opera del regista, dove i classici temi wilderiani come lo scambio di identità e il travestimento vengono incardinati nella storia con una perfezione geometrica. Shirley MacLaine ottenne la parte solo a causa della morte di Marilyn Monroe ma si rivelò semplicemente perfetta nei panni della minuta, dolcissima e al tempo risoluta prostituta Irma, che danza gioiosa sui tavoli e regala duetti da manuale insieme al co-protagonista Jack Lemmon.


 


Zucchero Kandinsky di A qualcuno piace caldo (1959)



«È la storia della mia vita: se c'è una ciliegia col verme tocca sempre a me». Molte sono le leggende sui rapporti non esattamente distesi tra Marilyn Monroe e il resto della troupe durante le riprese di A qualcuno piace caldo; qualunque sia la verità l'attrice, nel ruolo della cantante e suonatrice di ukulele Zucchero Kandinsky caratterizzata da un debole per gli alcolici e i sassofonisti, è il centro propulsore di questa scatenata e geniale commedia, assolutamente perfetta nel suo cristallino candore e irresistibile quando si esibisce nei numeri musicali (con menzione d'onore per I'm Through With Love).


 


Osgood Fielding II di A qualcuno piace caldo (1959)



Come "film perfetto" o "la più grande commedia della storia del cinema" (dalle definizioni di alcuni critici), A qualcuno piace caldo regala almeno un altro personaggio da antologia, probabilmente meno citato di altri, il miliardario Osgood Fielding II interpretato da uno scatenato Joe E. Brown: il suo debole per le soubrette e in particolare per Daphne/Jerry/Jack Lemmon regala le gag più esilaranti del film (vedere la scena del ballo per credere), compresa la leggendaria battuta finale («Beh, nessuno è perfetto»).


 


C.C Baxter de L'appartamento (1960)



Cinque Oscar (film, regia, sceneggiatura, scenografia e montaggio) più altre cinque nomination (tra cui quelle a Jack Lemmon e Shirley MacLaine): una delle migliori commedie “ciniche” di Billy Wilder e, secondo alcune frange di critica americana, addirittura il miglior film in assoluto del grande regista. Wilder e I.A.L. Diamond scrissero il film appositamente per Lemmon che, dal canto suo, non ebbe alcuna remora ad accettare immediatamente («Avrei firmato anche se mi avesse detto che avrei dovuto recitare l'elenco telefonico»). Il risultato è semplicemente strepitoso, con almeno una scena da antologia: Baxter che scola gli spaghetti con una racchetta da tennis.


 


Christine Helm di Testimone d'accusa (1957)



Billy Wilder abbandona il registro della commedia sofisticata e porta sullo schermo la pièce teatrale omonima di Agatha Christie, riprendendo in mano un genere, il giallo, che in passato aveva più volte sfiorato: il risultato è una pietra miliare del legal-thriller contemporaneo. Il plus è dato dalle interpretazioni dei protagonisti, tra i quali svetta la Christine Helm incarnata da Marlene Dietrich, femme fatale ammantata di mistero e solo apparentemente glaciale.


 


Phyllis Dietrichson de La fiamma del peccato (1944)



«Non ho preso il denaro... e non ho preso la donna. Bell'affare». Tratto dall'omonimo romanzo breve di James Cain La morte paga doppio (a sua volta ispirato a un vero fatto di cronaca del 1928), il quarto lungometraggio di Billy Wilder, scritto a quattro mani con Raymond Chandler, è uno dei più grandi noir mai apparsi su pellicola. A emergere prepotente è la figura di Phyllis Dietrichson alias Barbara Stanwyck, dark lady tremendamente affascinante nell'incarnazione dei cliché tipici del genere e ancor più conturbante nella sua evidente assenza di moralità.


 


Norma Desmond di Viale del tramonto (1950)



«I am big. It's the pictures that got small»: la più grande diva mai apparsa sullo schermo, Norma Desmond, una stella che non ha età, una stella che non è possibile abbandonare. Viale del tramonto è, con ogni probabilità, il miglior film realizzato da Hollywood su se stesso e sullo star system e il simbolo di un disfacimento celato da lustrini e cimeli impolverati è senza dubbio lei, l'attrice decaduta e dimenticata impersonata da una sensazionale Gloria Swanson in odore di metacinema (diretta da Cecil B. DeMille nel periodo d'oro del muto, stroncata dallo sfacelo di Queen Kelly di Erich von Stroheim che dà il volto al maggiordomo ed ex regista Max von Mayerling).
«All right, Mr. DeMille, I'm ready for my close-up.»

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