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L'insostenibile leggerezza dell'essere Billy Wilder, maestro di regia e sceneggiatura
Cinque Oscar, un Leone d'oro alla carriera e un Orso d'oro alla carriera. Questo il biglietto da visita di Billy Wilder, il più grande autore della storia del cinema accanto ad Alfred Hitchcock e Orson Welles (con buona pace di tanti altri imprescindibili e nobilissimi esponenti anche più vicini alla nostra epoca). Maestro di regia e, ancor di più, di scrittura, insieme al fido I.A.L. Diamond ha scritto alcune delle sceneggiature più straordinarie che abbiamo mai preso forma sul grande schermo. Nessun riconoscimento potrà mai restituire la  misura della genialità di Wilder, uomo di cultura dall'ironia graffiante e raffinata, permeata di quel cinico sarcasmo che è diventato un autentico marchio di fabbrica della sua produzione. Non solo commedia, ma anche dramma e noir, in una carriera costellata di pietre miliari che hanno segnato quarant'anni di cinema.


«Non so, quando realizzo un film non lo classifico mai, non dico è una commedia, aspetto l'anteprima, se il pubblico ride molto dico è una commedia, altrimenti un film serio o un film noir. All'epoca non ho mai sentito espressioni simili, mi sono limitato a fare film che mi sarebbe piaciuto vedere, e se ero fortunato questo coincideva con i gusti del pubblico». (da Un secolo di cinema – Viaggio nel cinema americano di Martin Scorsese, 1995)



Personalità scomoda per lo star system hollywoodiano, Wilder è sempre rimasto fedele ai propri principi e ai propri ideali senza mai scendere a compromessi con le esigenze dell'industria di cui, inevitabilmente, faceva parte, e senza mai venire meno alla sua proverbiale "cattiveria" nello smascherare i limiti dell'uomo medio e del sogno americano. Parole ora spiritose, ora taglienti, ma anche fotogrammi entrati nel mito: andiamo allora a riscoprire alcune delle immagini più iconiche della sua incredibile carriera cinematografica.

La fiamma del peccato (1944)



«L'ho ucciso io. L'ho ucciso per denaro e per una donna. E non ho preso il denaro... e non ho preso la donna. Bell'affare». Tratto dall'omonimo romanzo breve di James Cain La morte paga doppio (a sua volta ispirato a un vero fatto di cronaca del 1928), il quarto lungometraggio di Billy Wilder, scritto a quattro mani con Raymond Chandler, è uno dei più grandi noir mai apparsi su pellicola. I topoi del genere, dalla dark lady che manipola l'uomo all'ambientazione tutta in interni, passando per le atmosfere afose e fumose delle estati di Los Angeles, ci sono tutti ma vengono distribuiti da Wilder e Chandler con grande rigore e senso della misura, dando così vita a una storia che si dipana con naturalezza rapendo lo spettatore dal primo all'ultimo fotogramma. La scrittura di Chandler, grande romanziere e teorico del nuovo giallo degli anni '40, si esalta nella confessione in prima persona del protagonista, che accompagna con la sua voce narrante l'intera pellicola: un unico (o quasi) lungo flashback in cui i soldi e il sesso assurgono a protagonisti assoluti della storia e, per estensione, a vero motore di ogni azione umana. Grandissima interpretazione dei due protagonisti, Fred MacMurray e Barbara Stanwyck, torbidi e destinati all'autodistruzione. Capolavoro assoluto.

Viale del tramonto (1950)



Immortale capolavoro del cinema americano degli anni '50 e una delle più importanti pellicole cinematografiche di sempre, Viale del tramonto è il miglior film realizzato da Hollywood su se stesso e sullo star system. Girato da Billy Wilder (qui all'apice della sua carriera) con un registro anomalo, che fonde il dramma, la commedia, ma anche il noir e atmosfere lugubri tinte quasi di horror (tendendo a una fusione totale di tutti i generi classici inventati da Hollywood), il film descrive il cinema come una grande fabbrica di sogni e di schegge di immaginario collettivo, mettendone contemporaneamente in risalto l'anima oscura nella stigmatizzazione di semidei abbandonati come relitti. E a un contenuto di straziante verità va ad aggiungersi la scelta, radicale e coraggiosa, di adottare il punto di vista di un morto, ulteriore prova del collasso di un mondo in putrefazione. Epocale.

Sabrina (1954)



«Nessuna donna povera è stata mai chiamata "democratica" per aver sposato un uomo ricco». Giunto al suo decimo film, Billy Wilder tocca l'apice del successo popolare, confezionando una delle più celebri storie d'amore degli anni '50, capace di strizzare l'occhio con classe alle sophisticated comedy degli anni '30 e '40. Storia d'amore fiabesca e delicata, contraddistinta da un leggerissimo sense of humour che dà al film quel tocco sornione e chic, Sabrina è entrato nell'immaginario popolare occidentale (con tanto di boom della diffusione del nome Sabrina dopo l'uscita in sala) come vero esempio di cinema classico americano, venditore di sogni e di immortali storie con happy ending. Una pellicola dall'eleganza e dal glamour immortali, per sognare ad occhi aperti. Indimenticabile Audrey Hepburn.

Quando la moglie è in vacanza (1955)



Uno dei più celebri e fulgidi esempi di graffiante commedia wilderiana, dove l'atmosfera e i temi leggeri (se non frivoli) nascondono una satira pungente e cinica dei costumi e dei tic dell'americano medio degli anni '50: portando sullo schermo l'omonimo testo teatrale di George Axelrod, Wilder costruisce un'opera per il grande pubblico dal ritmo clamoroso, che si consuma con la leggerezza e il brio di un bicchiere di fresco prosecco, ma che non rinuncia a tratteggiare la feroce caricatura dell'ipocrisia che si nasconde sotto il tappeto del puritanesimo americano (esemplificato, nel mondo del cinema di quegli anni, dal codice Hays, documento che per anni indicò a registi e sceneggiatori ciò che sullo schermo era “moralmente accettabile”). La scena in cui Marilyn Monroe (nel ruolo della vita) vede il vestito alzarsi mentre passa sopra la grata della metropolitana è entrata, di diritto, nella storia dell'immaginario pop del XX° secolo.

A qualcuno piace caldo (1959)



Giunto alla sua sedicesima pellicola e dopo una carriera già costellata di opere che hanno segnato la storia del cinema, Billy Wilder riesce nel magico compito di dare vita a quella che alcuni critici hanno descritto come “il film perfetto” o “la più grande commedia della storia del cinema”. Se il ritmo (come sempre, in Wilder, fenomenale) e la genialità dell'intreccio (con i temi del travestimento e dello scambio di ruoli, topoi del regista, qui portati a vero e proprio vulnus narrativo) non rappresentano nulla di nuovo nella filmografia wilderiana, è nella capacità di rendere, attraverso il filtro della commedia, leggeri e non scandalosi temi come le stragi dei gangster e, soprattutto, l'omosessualità latente in ogni persona, che Billy Wilder si rivela un vero e proprio genio del cinema, allo stesso tempo malizioso e pungente, delicato e spregiudicato. Finale entrato nella storia del cinema e del costume, con la celeberrima battuta «Nessuno è perfetto», che con il suo furbo candore potrebbe riassumere in tre parole tutta la filmografia del regista. Indimenticabili Tony Curtis, Jack Lemmon e Marilyn Monroe.

L'appartamento (1960)



Girata quasi completamente in interni, in una New York grigia e avvolgente magnificamente ricostruita più vera del vero, che sta addosso ai protagonisti quasi soffocandoli, L'appartamento è la pellicola più amara e feroce di Wilder sui rapporti umani nell'America degli anni ‘60, dove le falsità e l'individualismo del mondo del lavoro invadono, in un processo inarrestabile, anche le dinamiche affettive personali e la vita privata degli individui. Questi si ritrovano, più per inerzia che per vero arrivismo, a sfruttarsi a vicenda nei modi più biechi e desolanti, andando a formare un grande equilibrio di ipocrisie ed egoismi che ancora oggi colpisce e ferisce. Tutto ciò, e questo è l'aspetto davvero clamoroso, viene veicolato attraverso il registro della commedia leggera hollywoodiana, lontana dagli intellettualismi dei nascenti autori europei. Grazie alle interpretazioni brillanti di Jack Lemmon e Shirley MacLaine (che torneranno a collaborare con il regista in Irma la dolce) ai dialoghi spumeggianti e al consueto ritmo indiavolato della regia di Wilder, il film scorre via leggerissimo e divertentissimo, ma, a posteriori, lascia dentro allo spettatore una profonda angoscia.

Irma la dolce (1963)



Canto del cigno della grande commedia degli equivoci di Billy Wilder, Irma la dolce è probabilmente la più gioiosa, libera e spumeggiante opera del regista, dove i classici temi wilderiani come lo scambio di identità e il travestimento vengono incardinati nella storia con una perfezione geometrica, figlia di chi ormai scrive i propri film a occhi chiusi.  Il film danza, per più di due ore, con un brio e un'eleganza unici, potendo benissimo assurgere a simbolo assoluto della “commedia brillante americana” in assoluto. Manifestando anche una sardonica amarezza di fondo. Jack Lemmon, attore feticcio di Wilder in questo periodo, qui è all'apice della sua carriera, prima di cominciare a fare coppia fissa con Walter Matthau; Shirley MacLaine (nominata all'Oscar), che ottenne la parte solo a causa della morte di Marilyn Monroe (avvenuta nel 1962), è perfetta nel ruolo della dura prostituta dal cuore d'oro.

Baciami, stupido (1964)



Il film che, dopo una trentennale carriera di enormi successi e un rapporto idilliaco con critica e grande pubblico, ruppe l'incantesimo tra Billy Wilder e Hollywood. Se in passato il re della commedia aveva sempre saputo affilare le lame nella descrizione dei costumi e della morale comune americana, non facendosi nemmeno mancare stoccate al capitalismo e al mondo dei media, con il ventesimo film della sua gloriosa carriera va a toccare il cuore del puritanesimo a stelle e strisce, ossia la famiglia, riducendola a poco più che una ipocrita convenzione pronta a essere svenduta, attirandosi così addosso i fulmini della critica, dell'indignazione del pubblico e addirittura della National Legion of Decency. Opera di una cattiveria rara, dove l'arrivismo e la doppiezza delle persone vengono esemplificate dal tourbillon di travestimenti e scambi di personalità, fu rifiutata in blocco dalla critica americana ed è stata in parte dimenticata. Oggi, merita di essere rivista e goduta in tutta la sua perfidia. Una meraviglia, magnificamente interpretata da Ray Waltson, Kim Novak e Dean Martin.

Vita privata di Sherlock Holmes (1970)



Stramba e conturbante trasposizione cinematografica del celebre ispettore uscito dalla penna di Conan Doyle, nella quale un Billy Wilder a fine carriera, ormai lontano dai fasti e dai grandi successi delle sue commedie degli anni '50 e '60, usa la storia di spionaggio del plot solamente come un pretesto per gettare luce nell'animo pieno di ombre di Sherlock Holmes, descritto come un maschio non virile, affettato, misogino, cripto-gay, un corpo di uomo abitato, forse, da una donna (non per nulla, il tema del travestimento e dello scambio di sessi aveva da sempre interessato Wilder). Uno Sherlock Holmes anomalo, dunque, e forse anche un Billy Wilder anomalo, che dona al film un'aura funerea e testamentaria. Ma il sottile sarcasmo e l'eleganza non mancano. Affascinante, grazie anche a un cast in ottima forma. Superba fotografia di Christopher Challis e ammaliante colonna sonora di Miklós Rózsa. Una chicca da recuperare, assolutamente.

Prima pagina (1974)



Zampata di fine carriera del grande Billy Wilder, che in piena New Hollywood sforna una delle sue più brillanti e crudeli commedie. Insieme all'eterno collaboratore I.A.L. Diamond, il regista porta sullo schermo l'omonima commedia teatrale di Charles McArthur e Ben Hecht (che era già stata adattata per il cinema nel 1931 da Lewis Milestone e nel 1940 da Howard Hawks), tornando a occuparsi di giornalismo (mestiere che da giovane praticò a Parigi) a più di vent'anni dall'altrettanto meraviglioso L'asso nella manica (1951): questa volta, trattandosi di una commedia, il tono è meno serio e impegnato, ma la furia contro un mestiere che fa dello sciacallaggio mediatico la propria etica professionale è la stessa; e forse ancor più incisiva. Caratterizzato da un uso geniale dello spazio (il film è quasi interamente girato dentro la sala stampa del carcere) e costellato dal consueto carnevale di sottilissime gag firmate Wilder, Prima pagina rappresenta l'ennesimo sberleffo del regista, nato in Europa e trasferitosi oltreoceano, alla falsa presunzione di superiorità dell'America, un paese dove tre grandi poteri (politica, giustizia e stampa) che vengono rappresentati come simbolo della libertà, sono in realtà tra loro collusi e sempre pronti a sfruttarsi a vicenda in modo vile e ipocrita. Geniale e da riscoprire: uscito durante un'epoca di rottura, in cui il cinema si stava profondamente rinnovando, venne scandalosamente ignorato da critica e pubblico.