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Duel: il film d'esordio di Steven Spielberg compie 50 anni
«Non si sa mai. Ti immagini che alcune cose non cambino mai. Come guidare su una strada senza che cerchino di ucciderti».

 
È il 1971, un’auto esce dal garage in retromarcia e ad accompagnare lo spettatore sono solamente i suoni della città e della radio. Non sa nulla del protagonista, David Mann (interpretato da Dennis Weaver), e di cosa sta per accadergli. Ma soprattutto, i telespettatori – perché il film è uscito direttamente sul piccolo schermo e solo successivamente al cinema, dopo l’enorme successo – non conoscono il nome del regista: Steven Spielberg. 50 anni di Duel sono a conti fatti 50 anni del cinema di Spielberg, che prima aveva realizzato solamente alcuni cortometraggi (tra cui spicca Amblin’ , del 1968, che diverrà poi il nome della sua casa di produzione) e un episodio di Colombo: il primo della serie, Un giallo da manuale, che sarà la carta vincente per fargli ottenere la regia del film. Tutto parte da un movimento di macchina (da presa e non), dalla soggettiva di un’automobile: ma è solo l’inizio, per David e per Spielberg.

«Duel non mi attirava come film horror e non ci vedevo nulla di western. Lo vedevo come un vero e proprio esercizio per una caccia al topo di suspense classica».

 
La New Hollywood è terreno fertile per i nuovi registi, soprattutto se talentuosi e desiderosi di poter sperimentare. Partendo dall’omonimo racconto di Richard Matheson, inserito nella raccolta Duel e altri racconti. Spielberg, che amava Matheson dai tempi di Radiazioni BX: distruzione uomo e The Twilight Zone, realizza un’opera presto divenuta un vero e proprio cult, sfruttando vituosisimi registici e una trama tutto sommato semplice, ma funzionale alla voglia del regista di mostrare tutto il suo telento dietro la macchina da presa. In soli tredici giorni di riprese (anche se la produzione l’aveva richiesto in 10), il risultato è eccellente: la scelta delle inquadrature e il montaggio del film sono tra i veri punti di forza dell’opera, uniti alla convincente prova di Dennis Weaver, di fatto unico protagonista del film, in quanto il killer non viene mai inquadrato (una scelta di Matheson, autore della sceneggiatura), aumentando il senso di mistero e inquietudine. Se l’attore è stato scelto da Spielberg, che lo aveva apprezzato moltissimo in L’infernale Quinlan, anche per l’autocisterna è stato fatto un vero e proprio casting, come ha confermato lo stesso regista: «L’antagonista nel film doveva avere una personalità. Non poteva essere un veicolo nuovo di zecca. L’idea era di dargli un’aria da veterano di tali crimini della strada. Era una “società per uccidere” su ruote. C’era del grasso sui finestrini, insetti morti sulla grata, sul parabrezza e sui fari. Gli rifacevano il trucco ogni giorno». In tal senso, è interessante notare un dettaglio: le targhe presenti sul camion sono tutti i trofei che l’autista ha collezionato nel corso della sua sanguinosa carriera sulla strada, che Spielberg ha definito «le tacche sulla sua Colt 45». Non mancano, inoltre, alcuni dei temi ricorrenti del cinema spielberghiano, a partire dalla capacità di essere autore con un occhio di riguardo al box office, ma non solo: il telefono con cui Mann chiama la moglie a casa (visto attraverso lo sportello aperto di una lavatrice) è la prima volta in cui compare il suo rapporto contrastante con la famiglia e la solitudine, con l’abbandono, con i quali tornerà varie volte a fare i conti lungo la sua filmografia.

«È come Psycho e Gli uccelli, ma su ruote» (Steven Spielberg dopo la lettura del romanzo di Matheson)

 
L’ispirazione alle atmosfere di Alfred Hitchcock è evidente, in particolare nella sequenza in cui il protagonista all’interno di un bar cerca di scoprire chi sia l’autista dell’autocisterna solo guardando i piedi dei presenti per cercare gli stivali che sa appartenere al killer: un saggio di suspense, tra le (tante) sequenze memorabili del biglietto da visita che Steven Spielberg ha deciso di dare alla settima arte. Spielberg, in proposito, ha dichiarato: «Da Hitchcock ho imparato a non dare tregua al pubblico. Fa di tutto per tenerlo sulle spine più a lungo possibile prima di dargli qualche indizio o un po’ di sollievo. Se Hitchcock avesse potuto darmi consigli per questo film mi avrebbe detto di non dare delle risposte, mi avrebbe detto di mantenere la suspense il più a lungo possibile». Ed è a tutti gli effetti quel che ha fatto lungo tutto l’intreccio, anche se non è il solo omaggio al cinema di Hitchock presente nel film. C’è infatti, anche se involontario, un piccolo cameo di Spielberg: a ben osservare, quando Dennis Weaver entra nella cabina telefonica per chiamare la polizia, nel riflesso del vetro si vede proprio il regista intento a leggere dei copioni.

«L’invisibile fa molta più paura» (Steven Spielberg a proposito del volto mai mostrato)

 
Da film per la tv al grande schermo, dunque, il passo è stato breve. Ma non solo, infatti sono moltissime le opere (e non solo cinematografiche), che nel corso degli anni hanno omaggiato Duel in diversi modi. Nel 1984 il film di Spielberg ha ispirato una canzone omonima di Steve Hackett, mentre successivamente neanche Dylan Dog e Topolino hanno resistito all’omaggio, come del resto i Looney Tunes, che ricreano le vicende del film nell’episodio Fuel, con protagonisti i piccoli Road Runner e Wile E. Coyote.  Il film, inoltre, è chiaramente citato anche in un episodio di City Hunter, fino ad arrivare a Radio Killer – film del 2001 che è quasi un remake dell’opera di Spielberg – o all’incipit di Jeepers Creepers – Il canto del diavolo

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