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Viaggio nel gotico italiano

Nell’Italia del boom economico nascono diversi generi cinematografici molto fortunati: peplum, commedia all’italiana e spaghetti western portano in sala un grande numero di spettatori e segnano l’immaginario culturale italiano; ma c’è un genere nato e morto tra gli anni ’50 e ’60 che non ha goduto di tali fortune al botteghino ma è comunque riuscito a raccontare ossessioni, pulsioni e paure di quell’Italia

Il gotico italiano nasce quasi per scherzo: Riccardo Freda scommette con i produttori Ermanno Donati e Luigi Carpentieri che anche in Italia si possa girare un film fantastico. I due, non del tutto convinti, accettano e mettono a disposizione un budget esiguo che a Freda – famoso per la sua capacità di girare i film in poco tempo – basta. La produzione è però travagliata e Freda abbandona il set a metà delle riprese costringendo Mario Bava, direttore della fotografia, a completare il lavoro. Proprio come il cadavere che nella prima inquadratura del film spunta dalle acque di un fiume, vede quindi la luce I vampiri: il primo horror dell’allora fertile industria del cinema italiano. Sadico, elegante e con delle sfumature vagamente necrofile, I vampiri nel ‘57 getta le basi del genere e unisce elementi dell’horror classico come l’inquietante castello a elementi di pura modernità: il movente degli efferati omicidi non è infatti una secolare maledizione ma la duchessa Du Grand è puramente ossessionata dalla gioventù eterna e per questo inietta nel suo corpo il sangue di giovani donne. A spiccare c’è in particolare la sequenza, realizzata grazie ad un trucco creato da Bava, in cui il personaggio interpretato da Gianna Maria Canale si trasforma davanti agli sbigottiti occhi dei personaggi e, conseguentemente, degli spettatori; gli incassi del film sono modesti, 124 milioni di lire, ma la strada è aperta.


Una prima svolta arriva nel 1958 grazie al successo targato Hammer di Dracula il vampiro: il film con Christopher Lee spopola anche nel nostro paese e tale esito convince alcuni produttori a investire nel genere. Nel 1960 escono infatti cinque film gotici: L’amante del vampiro (di Renato Polselli), Seddok - L’erede di satana (di Anton Giulio Majano), Il mulino delle donne di pietra (di Giorgio Ferroni), La maschera del demonio (di Mario Bava) e L’ultima preda del vampiro (di Pietro Regnoli). Nonostante il film di Ferroni sia decisamente valido (e sottovalutato), il più importante della cinquina è indubbiamente quello di Bava. La maschera del demonio è uno dei punti più alti del genere e fin dai primissimi minuti la pellicola mette in chiaro toni e intenzioni: la prima sequenza stupisce per l’elevata violenza che il regista mette sadicamente in scena, il pubblico è costretto a osservare la strega Asa marchiata a fuoco e uccisa dalla tremenda maschera che dà il titolo al film. L’esordio di Bava risulta ambiguo e ammaliante in primis grazie al doppio ruolo di Barbara Steele, che diventerà una vera e propria scream queen, capace di interpretare efficacemente sia la strega Asa sia la sua discendente Katia, ma anche grazie alla sopraffina tecnica di Bava che qui fa un largo uso di enigmatici longtake che danno al film un alone di grande mistero. Bava, a differenza di Freda, è un perfezionista e per girare il film ci mette sette settimane, ma anche questa volta gli incassi non sono esaltanti (141 milioni di lire) e la critica italiana lo snobba rapidamente; ad accorgersi di quest’opera è invece la Francia, sui Cahiers du Cinéma Hoveyda lo premia come miglior film dell’anno e nel 1961 la rivista Positif gli dedica anche una copertina. Quando a Bava viene chiesto come mai i suoi film fossero più apprezzati in Francia che in Italia egli risponde con la sua tipica ironia: “magari perché sono più fessi di noi”. 



È il 1962 e il genere si rinnova grazie a L’orribile segreto del dottor Hichcock. Diretta da Freda, la pellicola è una versione distorta e macabra di Rebecca – La prima moglie, in cui Barbara Steele sposa un uomo che anni prima aveva ucciso la moglie in un gioco erotico finito male. Ancora una volta, il gotico si fa contenitore di manie e feticismi sessuali repressi in un’Italia ancora incatenata ai dogmi democristiani. Freda accende il suo racconto con un Technicolor smagliante e con dei colori volutamente antirealistici che concedono alla storia un fascino sporco e malato in cui l’orribile segreto del titolo è la necrofilia che spinge il protagonista nelle sue folli azioni. Se fino a quel momento la necrofilia veniva solo richiamata, qui diventa il tema principale in un’opera destinata a fare scuola. Dal punto di vista estetico anche Mario Bava utilizzerà, ed estremizzerà, la fotografia sperimentata da Freda, ma anche la produzione del film diventa modello per le pellicole che seguiranno: girato in poco tempo e in una sola location (il castello con annesso laboratorio del protagonista) incassa 142 milioni portando altri produttori a investire in un genere dal basso costo e dall’accettabile resa economica. 

Il motivo principale che impedisce al genere di scalare i botteghini è l’assenza di maestranze specializzate nel genere: le grandi case di produzione non sembrano interessate all’horror e i maestri come Bava, Freda o Margheriti non dirigono esclusivamente film gotici, inoltre non esistono nemmeno produttori davvero appassionati e capaci di creare delle factory vincenti. Nonostante tali limitazioni, il 1963 vede ben sette gotici: Metempsyco (di Antonio Boccacci), Lo spettro (di Riccardo Freda), Horror (di Alberto De Martino), La vergine di Norimberga (di Antonio Margheriti), I tre volti della paura (di Mario Bava), La frusta e il corpo (di Mario Bava) e Katarsis (di Nello Vegezzi). I film seguono lo stile a basso budget de L’orribile segreto del dottor Hichcock e a spiccare sono i due film di Bava – tanto per cambiare – e quello di Margheriti. La frusta e il corpo unisce sequenze oniriche e pulsioni sadomaso con un Christopher Lee che padroneggia la scena; mentre I tre volti della paura, che negli Stati Uniti esce con il titolo di Black Sabbath e ispira il nome all’omonima band, è un altro importante tassello nella filmografia baviana e sorprende con un finale che svela la finzione cinematografica sbeffeggiando gli spettatori. È del ’64 però l’anno dell’ultimo grande film gotico: Danza macabra. L’idea del film nasce da Corbucci e passa poi nelle mani di Margheriti che riutilizza il set di Il monaco di Monza e torna al classico bianco e nero narrando una storia che racconta di fantasmi e storie tormentate, con la regina del gotico Barbara Steele che interpreta uno spettro assetato d’amore.

Il filone si spinge con fatica fino alla fine degli anni ’60 trovando la pietra tombale con Contronatura nel 1969, in cui nell’intricata trama Antonio Margheriti spinge il pedale su rapporti sadomaso e passioni lesbiche: i tempi sono cambiati e ciò che una dozzina di anni prima era presente ma piuttosto velato, qui è sfacciatamente messo in scena. Se il genere nasce con l’immagine della scoperta di un cadavere in un fiume, quest’ultimo film gotico si chiude con la sequenza di un’ondata d’acqua che spazza via ogni cosa. Un cerchio si chiude, la società italiana è nel pieno di grandi cambiamenti e così il cinema horror: un anno dopo, nel 1970, arriverà l’esordio di Dario Argento e una nuova storia sarà scritta. 

Fonti: Horror italiano, Simone Venturini; I tre volti della paura. Il cinema horror italiano (1957-1965), Francesco Di Chiara; Il gotico italiano. Il cinema horrorifico 1956-1979, Steve Della Casa, Marco Giusti




Andrea Porta

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