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Hayao Miyazaki: l’ecologia e la rivoluzione di Nausicaä

«Ho scoperto che le piante della giungla tossica non sono velenose se vivono in un ambiente puro. In sé le piante sarebbero innocue, è la contaminazione della terra che le rende mortali. Anche l'acqua e la terra di questa valle sono contaminate. Chi ha ridotto così il mondo?»


È il 1984, 36 anni fa, quando Hayao Miyazaki porta nelle sale giapponesi Nausicaä della Valle del vento,  creata quando lo Studio Ghibli, fondato solo nel 1985, non esisteva ancora. Tratto dal manga dello stesso Miyazaki, pubblicato tra il 1982 al 1994, l’anime racchiude in sé tutta la poetica del maestro nipponico: in primis la protagonista femminile, indipendente e forte, ma soprattutto un messaggio ecologico e ambientalista raramente così delicato. Convivono due dimensioni, nel film: la poesia e l’incanto delle tavole di Miyazaki che, assieme alle meravigliose partiture di Joe Hisaishi, provano a mitigare l’orrore dell’inquinamento che sembra ormai in procinto di portare morte e distruzione ovunque. In particolare, è significativa la sequenza iniziale, in cui la ragazza osserva dei fiocchi bianchi che cadono dal cielo, sembra neve, anche le note suonano leggere, ma è la stessa Nausicaä a togliere dall’illusione: «Che bello! Eppure è una foresta di morte dove se non si porta la maschera i polmoni imputridiscono in cinque minuti».

È un tema che ritornerà in ogni film, assieme al volo e alle protagoniste femminili. A partire dal successivo, Il castello nel cielo (1986), in cui è quantomai incisiva la sequenza con il robot, dopo l’atterraggio del velivolo di Sheeta, la protagonista, e Pazu, il suo amico. Il robot si avvicina, li osserva, allunga le braccia e afferra il piccolo aereo, sollevandolo: c’è un nido di pigliamosche con delle uova, come mostra immediatamente l’inquadratura successiva. Le note leggere di Hisaishi accompagnano i passi meravigliati dei due ragazzi mentre seguono il gigante, scoprando una città abbandonata, ora coperta di piante e abitata solo da animali: «Era una città magnifica. Ma se avevano una scienza tanto avanzata, allora come mai...?». Lasciato in sospeso di proposito dal regista, che conclude la sequenza commuovendo i protagonisti (e gli spettatori), con il robot che sembra essere sparito, salvo tornare con dei fiori in mano, che porge con dolcezza alla giovane: senza l’umanità, l’Intelligenza Artificiale riesce a fare cose splendide, come prendersi cura di un giardino dal sapore fiabesco.

Meno duro nei confronti dell’uomo, Il mio vicino Totoro (1988) immerge le due protagoniste (Satsuki e Mei) in campagna, in un racconto che cammina con agilità sul filo sottile che separa la realtà dalla fantasia, in cui tra Gattobus e Troll (da qui il nome Totoro, divenuto poi simbolo dello Studio Ghibli) c’è il tempo per una sequenza notturna che non si dimentica: una luce filtra nella camera, Satsuki si sveglia e vede che nel prato di fronte a casa sono presenti le creature magiche. Anche Mei viene svegliata, ed entrambe osservano incuriosite le creature che girano attorno ad un terreno in modo rituale. «È dove abbiamo piantato i semi?». Escono e partecipano alla danza, facendo crescere d’improvviso una foresta bellissima e rigogliosa, come solo la fantasia e il sogno di un bambino (o di un artista) possono immaginare.

Passano 9 anni e sul grande schermo arriva l’altra faccia della medaglia di Nausicaä, ovvero Mononoke: ottimista, buona e dolce la prima, aggressiva e violenta la seconda. Entrambe, comunque, accomunate dalla determnazione e dal desiderio profondo di salvare la Terra, prendendo le difese della natura.  Principessa Mononoke, dunque, mette da parte per un attimo la poesia per lasciare spazio al sangue, che sia quello che vediamo sul viso di San al suo ingresso in scena, sia quello versato dai soldati durante la guerra. Si tratta probabilmente del film più pessimista di Miyazaki, in cui non c’è spazio per la luce, per un futuro migliore, per un lieto fine. Ed è la stessa protagonista a dichiararlo, dando la sua voce alle parole che il regista ha mitigato per tanto tempo nelle sue opere: «Non posso perdonare agli umani le cose orribili che hanno fatto».

Il capolavoro di Miyazaki arriva nel 2001: La città incantata ha scosso il Festival di Berlino (Orso d’oro), l’Academy (Premio Oscar), ma soprattutto l’anima di ogni spettattore. Le vicende della giovane Chihiro, che vede i suoi genitori tramutarsi in maiali a causa della loro ingordigia (gli adulti, ancora una volta), toccano diversi temi, in un’opera tanto stratificata che è utopistico poter asserire di averla compresa fino in fondo. Ma non manca, anche in questo caso, una sequenza chiave per quanto riguarda l’ambiente: alle terme dove è assunta Chihiro/Sen arriva una creatura maleodorante, una massa fangosa che tutti credono essere un dio del cattivo odore. Tuttavia, dopo che la ragazza lo ha inondato con acqua calda e sali profumati, ci si accorge che dalla massa informe spunta un manubrio di una bicicletta, seguito da ogni genere di sporcizia: frigoriferi, vecchi scivoli da parco giochi, cornici. Una discarica, insomma. E quando la giovane tira l’ultimo oggetto rimasto incastrato, ossia un amo da pesca, si sente chiaramente un suono liberatorio da parte di quello che si scopre essere il dio del fiume, finalmente ripulito da tutte le sporcizie. 


Se Il castello errante di Howl (2004) richiama alla natura come dimensione idilliaca e ormai relegata alla memoria nella sequenza in cui Howl mostra a Sophie il rifugio dove si rintanava da bambino, Ponyo sulla scogliera (2008) offre invece nuovi spunti sul tema ecologico. Lo si nota innanzitutto nei dettagli: la pesciolina Ponyo viene trovata dal piccolo Sōsuke in un barattolo di vetro, dove si era incastrata mentre una rete da pesca provava a catturarla insieme a tanti pesci e a molti più rifiuti. Soske la raccoglie, e sul fondale è facile notare dell’immondizia. La sequenza più maestosa, tuttavia, rimane quella in cui è la natura a ribellarsi all’uomo, nel grande tsunami in cui le one prendono vita e che il regista riesce ad alleggerire dando un tocco di magia, facendo correre Ponyo sulla cresta.

È un percorso coerente e deciso quello di Hayao Miyazaki, che da Nausicaä a Ponyo ha sempre denunciato l’operato dell’uomo sul nostro pianeta, con annessa mancanza di rispetto verso una natura che si ribella in modo più (Mononoke) o meno (Ponyo) violento. Ma è giusto tornare al principio, perché Nausicaä della Valle del vento è sì poetico, ma non meno duro nella rappresentazione di un mondo devastato e governato solamente da violenza e avarizia, desiderio di potere e noncuranza dell’equilibrio ecologico: «Gli alberi della giungla assorbivano dall'atmosfera l'inquinamento che l'uomo continuava a creare con le sue troppe macchine. Gli alberi assorbivano tutto il veleno e morivano, e poi si trasformavano in pietra, e la pietra diveniva sabbia. È così che hanno avuto origine queste enormi caverne. E le piante al di sopra sono diventate giungla tossica». Eppure, Nausicaä continua a credere che la via sia nella collaborazione tra uomo e animali, tra esseri umani e piante, e prosegue nonostante quasi l’intera umanità le remi contro. Ma alla fine, ed è un messaggio che Miyazaki manda chiaro, omaggiato anche da Wall•E (2008), un germoglio sarà sempre pronto a nascere, per ricominciare.

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