Marco Bellocchio - La porta della realtà
Durata
65
Formato
Regista
Marco Bellocchio, classe 1939, è una delle voci più libere e autorevoli del cinema italiano. Il folgorante esordio con I pugni in tasca dà inizio a una carriera nella quale vengono elaborate e sviluppate alcune tematiche e ossessioni ricorrenti: la crisi della famiglia, la posizione critica nei confronti della religione cattolica, l'analisi di alcuni episodi fondamentali della storia italiana degli ultimi decenni, un impegno politico prima militante e poi progressivamente abbandonato e una particolare attenzione alla dimensione psicologica, individuale e collettiva. Temi che soprattutto nel nuovo millennio raggiungono una sorprendente maturità formale e stilistica.
Il bel documentario Marco Bellocchio – La porta della realtà di Fabio Lovino compie una scelta radicale: invece di ripercorrere una filmografia così lunga attraverso contributi ipercelebrativi, come accade spesso in questo tipo di produzioni, concentra nei suoi 61 minuti alcune dichiarazioni particolarmente significative dello stesso regista, degli attori Pierfrancesco Favino e Fabrizio Gifuni e di alcuni fidati collaboratori, tra cui la montatrice e compagna di vita Francesca Calvelli. Ne emerge un ritratto del modo di pensare e di lavorare di un autore profondamente libero, che parte sempre dalla realtà ma trova continuamente il modo di oltrepassarla, trasformandola attraverso invenzioni sorprendenti e personali, senza mai rinunciare a una dimensione di grande sincerità ed emozione. Culmine emotivo e naturale conclusione del film è il ritorno all'episodio già al centro di Marx può aspettare: il suicidio del fratello gemello Camillo, avvenuto nel 1968, a 29 anni. Un evento che si consuma nell'anno della contestazione e delle grandi mobilitazioni e che, nella rilettura di Bellocchio, assume anche il peso di una colpa e di una domanda rimasta a lungo senza risposta: quanto l'impegno politico e la distanza da casa avessero impedito al giovane regista già affermato, di cogliere le richieste di aiuto provenienti da quel fratello così simile a lui nell'aspetto, ma molto più fragile nella dimensione psicologica. È particolarmente significativo che siano i figli di Bellocchio, Elena e Piergiorgio, a ricordare come quella fosse la prima volta che il padre affrontava con loro, apertamente, quel tragico episodio familiare: un momento che mostra quanto anche il cinema possa diventare uno strumento per fare i conti con la propria memoria e trasformare il dolore privato in una forma di condivisione. Il risultato è un prodotto semplice e un po' scolastico, ma profondo, capace di emozionare e di scavare nel privato di Bellocchio con la giusta delicatezza.