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David Fincher: (quasi) tutta la filmografia in streaming
Tra gli autori più interessanti del panorama cinematografico statunitense, David Fincher è riuscito ad imporsi subito come regista di culto negli anni '90, firmando due opere indelebili come Se7en (1995) e Fight Club (1999). Disillusione, solitudine, una fotografia gelida ed essenziale e colonne sonore estreamamente curate sono solo alcuni degli elementi di una poetica definita e inconfondibile. Una filmografia ricca, che è possibile trovare quasi completa (ad eccezione di The Game) sulle piattaforme streaming: inoltre, su Netflix, è imperdibile Mindhunter, di cui ha diretto alcuni episodi, oltre al suo ultimo film, Mank

Alien³ (1992) – A noleggio su Amazon Prime Video, Chili, TimVision



Il risultato è un ibrido che cerca la sintesi tra l'atmosfera ansiogena del primo episodio e la spettacolarità roboante del secondo, ma rischia pochissimo e sembra vivere prevalentemente della luce riflessa dei suoi predecessori. Ambientazione suggestiva, ma gli effetti (non sempre) speciali e una evidente mancanza di ritmo appesantiscono la narrazione. Alcuni dei temi ricorrenti della poetica fincheriana (le difficili dinamiche interpersonali in determinate condizioni, l'ossessione dilaniante per qualcosa, la paranoia, l'individuazione di potenziali nemici all'interno di se stessi) fanno capolino già in questa occasione, seppure declinati in maniera piuttosto confusionaria e sbrigativa.

Se7en (1995) – Infinity e TimVision



Al suo secondo film, David Fincher costruisce un thriller al contempo derivativo e sorprendentemente originale, cupo e nichilista. Seven riesce a distanziarsi dai suoi modelli di riferimento e a operare in maniera personale nella ridefinizione del genere. Il Male ci viene presentato come un'entità radicata nel tessuto sociale, un elemento peculiare della quotidianità, indefinito e mimetizzato (non a caso il serial killer usa il nome John Doe, l'uomo senza identità) ma non per questo meno feroce e sconvolgente. 

Fight Club (1999) – Amazon Prime Video



Il film che ha fatto di David Fincher un autore di culto e reso un bestseller l'omonimo romanzo di Chuck Palahniuk. Un pamphlet tanto arrabbiato quanto confuso, ma di una confusione consapevole e funzionale, espressione di un caos esistenziale e di un senso di perenne inadeguatezza che pare caratterizzare l'uomo contemporaneo. Caustico e disincantato nella sua opera di demolizione dei miti della società capitalista a cavallo dei due millenni, volutamente ambiguo (tanto da beccarsi pretestuose accuse di fascismo latente), ai limiti della furbizia, Fight Club vive di accelerazioni e frenate costanti, ugualmente tonanti.

Panic Room (2002) – Netflix 



Thriller claustrofobico girato a pochi mesi dall'11 settembre, Panic Room sfrutta abilmente la paranoia, il senso costante di insicurezza, l'inesorabile trasformazione in trappola di un luogo familiare ritenuto sicuro. Ma la sceneggiatura di David Koepp sembra poco interessata alle implicazioni sociologiche della vicenda e costruisce un climax di tensione poco ispirato e tutto sommato prevedibile. 

Zodiac (2007) – Netflix 



Limitati all'essenziale gli esterni, il regista gioca sapientemente sulla claustrofobia psicologica che caratterizza i tre protagonisti, risucchiati lentamente da un'ossessione e dalla necessità di darle un senso. Razionalizzare l'irrazionale è una sfida che consuma, condiziona le proprie esistenze e porta inevitabilmente alla sconfitta. Il costante uso di ellissi temporali, poi, dà alla vicenda un carattere frammentario e disorientante ma decisamente funzionale nella resa del costante senso di smarrimento che un'indagine di questo genere può comportare.

Il curioso caso di Benjamin Button (2008) – Netflix



Il corpo di Benjamin e la sua evoluzione al contrario sono al contempo punto di forza e di debolezza, strumento di consapevolezza e sopravvivenza in un universo pervaso da un costante senso di morte (dalla prima guerra mondiale al disastro dell'uragano Katrina). Ma, nonostante un'impeccabile confezione, il film soffre di una certa freddezza e meccanicità narrativa: punta a emozionare e coinvolgere costantemente lo spettatore ma mostra a più riprese una corda di programmaticità. Un prodotto su commissione che David Fincher gira con inappuntabile professionalità ma che manca di quel quid capace di scaldare i cuori ed elevare un discreto film a opera memorabile. 

The Social Network (2010) – Netflix 



Il capitalismo 2.0 viene rappresentato come una sorta di guerra per la sopravvivenza, con tanto di branchi (le varie confraternite, le grandi compagnie, le diverse università), e in cui a vigere è la legge del più forte votata alla prevaricazione spietata facendo leva sui punti deboli di ciascun soggetto coinvolto (l'arroganza dei Winklevoss, la buona fede di Eduardo, la megalomania di Sean Parker). Ma il prezzo da pagare per la vittoria è, inevitabilmente, la solitudine: destino paradossale in un mondo in cui la socialità (seppur effimera) è rivoluzionata e facilitata. Splendido esempio di polifonia drammaturgica, in cui i punti di vista sono molteplici e complementari, dando un quadro d'insieme caustico e contradditorio, perfettamente in linea con il periodo storico che si intende tratteggiare. 

Millennium – Uomini che odiano le donne (2011) – Amazon Prime Video



A interessare principalmente regista e sceneggiatore sono le persone coinvolte nella caccia, con il loro carico di fragilità, di contraddizioni (affettive e non) e di umanità. Quello tra Mikael e Lisbeth è l'incontro tra due outsider, feriti ma non sconfitti, determinati a dimostrare il proprio valore e legati da un'anomala alchimia, un'istintiva fiducia precedentemente sconosciuta a entrambi. La vera forza del film sta, comunque, nel personaggio di Lisbeth, magistralmente interpretato da Rooney Mara (giustamente candidata all'Oscar): cocciuta e semi autistica, una moderna Pippi Calzelunghe che ha sostituito il cavallo con la moto e combatte i cattivi armata di computer. 

L’amore bugiardo – Gone Girl (2014) – Netflix



Il thriller si fa commedia nera sui rapporti di genere e sulle conflittualità inespresse del sentimento d'amore e della vita di coppia, mentre la risoluzione del mistero scivola gradualmente in secondo piano. Quello che a Fincher interessa raccontare è, infatti, la degenerazione dei rapporti interpersonali, la meschinità e la tendenza alla prevaricazione innate nella natura umana, la manipolazione e la mistificazione come strumenti di controllo e potere. Emerge così il quadro angosciante di un'umanità disturbata, inquieta ed egoista, in cui l'individualismo e la sua affermazione vanno perseguite senza alcun tipo di compromesso o remora. La scelta di commistionare la componente thrilling con un registro umoristico che cadenza l'evoluzione del racconto si rivela azzeccata e funzionale: si sottolinea così in maniera lucida e disincanta l'aspetto grottesco e al contempo terrificante dell'intera vicenda in un crescendo di amara e corrosiva ironia fino al raggelante finale. 

Mank (2020) - Netflix



Le controversie attorno alla lavorazione dello script di Quarto potere, firmato da Welles e Mankiewicz, ma con entrambi che hanno cercato di attribuirsene il più possibile la paternità (il film segue la pista della giornalista e critica Pauline Kael, che nel 1971 disse che l’unico Oscar vinto da Welles era per qualcosa che non aveva fatto, facendo riferimento proprio alla sceneggiatura del suo capolavoro) sono soltanto un primo spunto alla base di questo fondamentale lungometraggio biografico, che racconta la figura di Mankiewicz a tutto tondo. "Non si può raccontare la vita di un personaggio in due ore, ma solo dare l'impressione di averlo fatto" dice Mank in una delle tante citazioni metacinematografiche di un film che utilizza spesso le sue battute per parlare della lavorazione stessa di questa pellicola. La forma si fa presto contenuto, proponendo frasi tipiche di uno script che si sta delineando fin dalle primissime immagini: un film su uno sceneggiatore, ma soprattutto un film di sceneggiatura, in cui ancor più della splendida fotografia in bianco e nero (che richiama con alcuni giochi la pellicola dell’epoca) e di un sonoro che lavora in maniera coerente, sono soprattutto le parole a contare, all’interno di dialoghi fittissimi in cui la verve cinica, caustica e irresistibile del protagonista è soltanto il fiore all’occhiello.
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