News
10 grandi film coreani del nuovo millennio che (forse) non conoscete
Durante la passata stagione cinematografica il regista Bong Joon-ho è riuscito nell’arduo compito di soddisfare gusti e aspettative sia della critica che del pubblico: il suo Parasite (2019) è doverosamente entrato nella storia, diventando il primo film girato in lingua “non inglese” a vincere l’Oscar al Miglior film.

I riflettori di tutto il mondo si sono così puntati su una nazione, la Corea del Sud, che ormai da alcuni decenni sta regalando agli appassionati cinefili diverse pellicole di disarmante bellezza. A un po' di di distanza dal nostro workshop sui grandi registi del cinema sudcoreano, e dopo un'altra classifica a tema (la trovate in allegato), vogliamo proporvi i migliori 10 film sudcoreani del nuovo millennio di cui, forse, potreste non aver sentito parlare (e nonostante il giudizio del nostro dizionario su di esso non sia esattamente lusinghiero né entusiasta, abbiamo comunque voluto inserire un film di ambizioni non indifferenti come The Wailing, francamente impossibile da non citare in una classifica di questo tipo). 

VIRGIN STRIPPED BARE BY HER BACHELORS (Hong Sang-soo, 2000)



Soo-jung (Lee Eun-ju) è una giovane sceneggiatrice, timida, spaesata e ancora vergine: è il sogno, sentimentale ed erotico del produttore con cui lavora (Mun Seong-keun) e di un giovane gallerista (Jeong Bo-seok). L'attesa e la sospensione: sono queste due delle coordinate fondamentali nel cinema del coreano Hong Sang-soo, la cui cifra stilistica viene affinata in questa terza fatica. L'attesa di un cambiamento e di un cambio di registro, in questo caso simboleggiato dalla conquista – anche sessuale – della spaesata protagonista femminile, e la sospensione in un'esistenza condita dalle stesse azioni e dagli stessi comportamenti, in una sorta di coazione a ripetere sintomo di malessere. Lo dimostra il fatto che gli approcci dei due uomini alla ragazza sono praticamente identici, differenziandosi quasi esclusivamente solo per l'angolazione della macchina da presa. 

BAD GUY, Kim Ki-duk (2002) 



Sun-hwa (Seo Won) e Hang-gi (Cho Jae-hyun) si conoscono per caso su una panchina qualsiasi di una città coreana qualsiasi: lei si alza, disgustata dalla di lui presenza, ma l'uomo la blocca e con violenza la bacia. A questo primo incontro ne seguirà un altro in libreria, che legherà indissolubilmente la coppia in un vortice morboso di sessualità, emarginazione e voyeurismo... Girato nello stesso anno di Indirizzo sconosciuto, Bad Guy è per stessa diretta ammissione del regista Kim Ki-duk “un film sul destino, [in cui] la relazione tra i due [protagonisti] è determinata da un fato predestinato ancora prima che loro si incontrino nella realtà”. Hang-gi è il personaggio archetipico di Kim, quasi sempre presente nella prima parte della sua carriera: un essere umano reietto e rigettato dalla società, animalesco nei gesti e nella visione della vita. Un solitario, cui tuttavia viene concesso il beneficio di un incontro che apparentemente non ha alcuna ragion d'essere. La provocazione di Bad Guy sta tutta nella scelta di rendere il punto di vista dello spettatore aderente a quello di un carattere “anormale” che ci repelle, sviluppando una complicità grottesca e paradossale atta alla finale sospensione del giudizio nei suoi confronti.

EBBRO DI DONNE E DI PITTURA (Im Kwon-taek, 2002)



Biografia del grande artista coreano Jang Seung-eop, detto Owon (Choi Min-sik), vissuto tra il 1843 e il 1897. Pittore “maledetto”, caratterizzato da un talento sublime e anarchico ma anche da un temperamento irrequieto, trascorse un'esistenza dissoluta tra eccessi alcoolici e sessuali, alla perpetua ricerca della perfezione. Non ha nulla di senile l'opus numero 98 di Im Kwon-taek, regista classe 1936 che (attivo fin dagli anni Sessanta) ha impresso un sigillo indelebile su decenni di cinematografia coreana. Aggirando i banali stereotipi del biopic agiografico, l'autore presenta la personalità debordante di una delle più illustri figure culturali del suo Paese (una lezione per i conterranei, una scoperta interessante per lo spettatore straniero), costruendo una riflessione sull'Arte, la Vita, la Storia di una nazione. Im procede frammentando la linea temporale, con pennellate narrative vivaci e appassionate quanto quelle impresse sulla carta da Jang Seung-eop. 

A BITTERSWEET LIFE (Kim Jee-woon, 2005)



Vice del boss mafioso Kang (Kim Yeong-cheol) e manager di un albergo, Sun-Woo (Lee Byung-hun) si invaghisce della fidanzata (Shin Min-a) del suo capo mentre, sotto suo incarico, la segue per scoprire se ha un amante. Affascinante ed elegante gangster movie sudcoreano, il quarto lungometraggio di Kim Jee-woon ha la compattezza dei migliori lavori di Jean-Pierre Melville (che influenzarono anche il cinema di John Woo), ma risulta molto più artificiale e canonico: pur non riuscendo ad aggiornare alla radice la materia narrativa, l'autore riesce ugualmente a coreografare scene d'azione con grazia e violenza e giunge nel territorio del noir con una fluidità sorprendente. 

BEYOND THE YEARS (Im Kwon-taek, 2007)


 
Un uomo (Cho Jae-hyun) cerca la sorella che non vede da diversi anni. Diverse volte si incontreranno per poi riperdersi, fino a quando non torneranno a suonare insieme la musica che il padre gli aveva insegnato. Seguito di Seopyeonjoe (1994), una delle opere più belle del grande regista sudcoreano Im Kwon-taek. Sei anni dopo il potente Ebbro di donne e di pittura, Im riprende le atmosfere del suo lungometraggio degli anni Novanta: dai paesaggi alle tematiche, arrivando naturalmente alla musica, ancora una volta grande protagonista della pellicola. Ne risulta un film semplice e privo forse di grandi guizzi, ma allo stesso tempo dotato di una malinconia di fondo che non può non emozionare lo spettatore. Come per altri lavori di Im, al termine della visione si ha la sensazione di aver assistito a un prodotto toccante e dotato di un respiro poetico decisamente raro per il cinema contemporaneo. 

I SAW THE DEVIL (Kim Jee-woon, 2010)



Joo-yun (Oh San-ha) viene brutalmente assassinata e smembrata da Kyung-chul (Choi Min-sik). Il fidanzato della vittima, Soo-hyun (Lee Byung-sun), agente federale della Corea del Sud, cerca la vendetta inseguendo l'assassino. Ispirandosi chiaramente ai revenge-movie di Park Chan-wook (Old Boy del 2003), Kim Jee-woon prende una storia di crudeltà e vendetta in cui non esiste un limite tra bene e male e vi inserisce come antagonista uno degli attori feticcio dello stesso Park, Choi Min-sik, nel ruolo di un villain agghiacciante e dalle motivazioni inafferrabili. Come saggio sadico sulla banalità del male può sembrare superficiale, ma è invece riuscitissimo se lo si legge come lavoro di intrattenimento che usa la violenza in maniera eccessiva e, al tempo stesso, elegante.

THE SHAMELESS (Oh Seung-uk, 2015)



Il tenente Jung (Kim Nam-gil) è sulle tracce di un uomo, Park Joon-gil (Park Seong-woong), sospettato di omicidio. Per avere più chance di riuscire a incastrare il presunto assassino, Jung entra in contatto con l’amante di Park, Jeon Do-yeon (Kim Hye-kyung). Il detective assumerà una falsa identità per lavorare fianco a fianco con lei, ma finirà con l’innamorarsene. Opera seconda di Oh Seung-uk, patrocinata dal più celebre Park Chan-wook, The Shameless è un intenso noir con venature melodrammatiche, intriso di passioni morbose, perversioni e tradimenti. L’umanità messa in scena da Oh è contrassegnata da immoralità e disperazione, ancor più accentuate dai toni cupi e malinconici di una regia che sa il fatto suo. Non ci sono né vinti, né vincitori in questo feroce lungometraggio che, pur faticando un po’ a carburare nelle prime battute, riesce perfettamente a coinvolgere col passare dei minuti e regala un finale di pregevole fattura. 

TRAIN TO BUSAN (Yeon Sang-ho, 2016)



Seok-woo è un cinico manager divorziato. La sua bambina Su-an, sentendosi trascurata dal padre, chiede di essere portata a Busan dalla madre per festeggiare il suo compleanno. I due prendono un treno a Seoul ma con loro parte anche una giovane con strani morsi sul corpo. La ragazza si trasformerà velocemente in uno zombie, causando il panico nei vagoni. Train to Busan rappresenta il debutto nel live-action di Yeon Sang-ho che ha compiuto il salto dopo aver dedicato quasi vent’anni all’animazione. Da sempre interessato alle tematiche di violenza e ingiustizia presenti nella società sud-coreana ed esplorate a lungo anche nei suoi precedenti lavori, il regista continua il suo discorso con questo horror in cui gli zombie non si muovono con lentezza – come vorrebbe la tradizione romeriana – ma attaccano a una velocità sovraumana, sottolineata anche a livello tecnico con delle accelerazioni. Senza dare risposte precise sulle ragioni che portano allo scoppio dell’epidemia (forse è legata alla fuga di un agente patogeno da un laboratorio, ma questo dettaglio viene solo accennato), Yeon Sang-ho si concentra sugli effetti della piaga: rinchiudendo i suoi personaggi in un treno, appiattisce ogni differenza sociale e riporta tutti sullo stesso piano.

THE WAILING (Na Hong-jin, 2016)


 
Strane uccisioni precedute da apparenti possessioni demoniache iniziano a verificarsi in un villaggio della Corea del Sud. Le morti sembrano collegate all'arrivo di un misterioso giapponese (Jun Kunimura): il poliziotto Jong-goo (Kwak Do-won) indagherà, scoprendo una verità terribile. Il sudcoreano Na Hong-jin, classe 1974, firma il suo terzo lungometraggio (dopo The Chaser del 2008 e The Yellow Sea, 2010) e realizza un horror a sfondo demoniaco dalle ambizioni smisurate. Stoccate politiche (la presenza dello straniero, volta a simboleggiare il dominio giapponese di un recente passato), cenni sociologici (le dinamiche di sospetto tra gli abitanti del villaggio, il clima di paranoia), derive famigliari (il rapporto padre-figlia, in apparenza marginale ma reale motore dell'operazione; l'aspetto sessuale, incombente e significativamente negato), la presenza dell'elemento religioso, preannunciato fin dall'incipit, con tutto il suo carico di ambiguità sospesa tra speranza nella fede e rigetto di pratiche sciamaniche.

A TAXI DRIVER (Jang Hun, 2017)



1980, Corea del Sud. Un tassista (Song Kang-ho) porta un reporter tedesco (Thomas Kretschmann) da Seoul a Gwangju. Il giornalista vuole riprendere una vera e propria rivolta guidata dagli studenti contro il governo. Grande campione d’incassi in patria e presentato in diverse kermesse internazionali, A Taxi Driver mette in scena uno degli eventi più tragici della storia coreana della seconda metà del ventesimo secolo. Curiosamente, però, il regista Jang Hun punta su un registro narrativamente curioso, dove fa spesso capolino la commedia e dinamiche drammaturgiche che poco avrebbero a che fare col racconto di partenza. 
Maximal Interjector
Browser non supportato.