News
I migliori film di Luis Buñuel: la nostra Top 10

«Io sono profondamente e coscienziosamente ateo, e non ho nessun tipo di problema religioso. Anzi, attribuirmi una tranquillità spirituale di tipo religioso è innanzitutto non capirmi, e poi offendermi. Non è Dio che mi interessa, ma gli uomini.»

Tra i più celebri esponenti della storia del cinema, Luis Buñuel lega indissolubilmente il suo cinema al Surrealismo. Una carriera lunghissima (dagli anni Venti agli anni Settanta), in cui l'autore delinea i temi fondanti della propria poetica: l'inconscio, la sessualità, la critica antiborghese e un feroce spirito anticlericale per cui gli vengono rivolte anche accuse di blasfemia. Per celebrare il giorno della sua nascita (22 febbraio 1900), ecco i migliori 10 film di Luis Buñuel!


La via lattea (1969)

Picaresco road-movie di inusitato rigore teologico, connotato dall'assenza di una trama e di uno sviluppo narrativo classico, dalla pluralità di episodi e di personaggi, dalla stratificazione dei livelli di lettura. Al cuore del denso substrato intellettuale che lo caratterizza c'è la profonda fascinazione del regista, ateo formato dai gesuiti, per i misteri e per i dogmi cristiani. Non è però verso l'ortodossia della dottrina che il maestro spagnolo rivolge la sua attenzione: con un supremo colpo di mano surrealista egli dà corpo alla sua contraddizione, ovvero alla eterodossia delle eresie. Concetti del tutto teorici vengono così precipitati dentro una dimensione immanente e materiale, ed è da questo contrasto che nasce il delizioso absurdisme del film. 


Nazarín (1959)

Vero e proprio punto di svolta nella carriera di Luis Buñuel, Nazarín rappresenta, per l'autore spagnolo, il primo esplicito tentativo di incentrare un'intera pellicola sul tema religioso. Abbandonati i melodrammi, il regista traspone l'omonima opera di Benito Pérez Galdós, stesso autore da cui nascerà nel 1961 Viridiana. I dettami cristiani vengono riletti e scomposti in una parabola in cui il protagonista non è altro che l'incarnazione del massimo Profeta: è una rilettura della Passione attraverso le disavventure di un prete, costretto ad affrontare ogni tipo di situazione, cercando di mantenere un contegno misericordioso anche davanti agli scherzi del fato. Presentato in concorso al Festival di Cannes, dove si aggiudicò il Prix International.


Adolescenza torbida (1951)

Completamente giocato sul malizioso personaggio interpretato dalla fascinosa Rosita Quintana, Adolescenza torbida nasce dall'esigenza di Luis Buñuel di rioccuparsi dopo tanti anni di un tema a lui molto caro: la sessualità repressa a causa delle regole della società moderna. Susana è un agente provocatore capace di invertire i normali canoni morali degli uomini che incontra: tanto bella quanto furba, la ragazza è protagonista di un gioco erotico continuo, fatto di ammiccamenti e respingimenti. Pur senza ricorrere alle trovate immaginifiche delle sue pellicole più famose, Buñuel firma un lungometraggio solido e capace di coinvolgere al punto giusto, in cui le caratteristiche principali del suo cinema (l'erotismo, l'ironia, la dissacrazione, la simbologia fallica) vengono fuori alla distanza riuscendo a incidere a fondo.


I figli della violenza (1950)

Sin dall'incipit, in cui vengono mostrate diverse città (tra cui New York, Parigi e solo infine Città del Messico), si intuisce la portata globale di un'opera tra le più significative del regista spagnolo. I figli disperati dei sobborghi (a cui allude il titolo originale Los olvidados, “i dimenticati”) non sono figli della violenza, bensì esseri umani, ripudiati persino dalle loro stesse madri, che trovano nel gesto brutale e rabbioso l'unica via per imporre la propria esistenza. L'influenza neorealista assume anche i tratti di un macabro surrealismo: gli interpreti non professionisti e l'estrema crudezza della narrazione trovano ancora maggiore potenza espressiva accanto a inserti visionari di straordinaria forza emotiva. Premio per la miglior regia al Festival di Cannes.


Quell'oscuro oggetto del desiderio (1977)

Ultimo film di Luis Buñuel, sceneggiato insieme a Jean-Claude Carrière sulla base del romanzo La donna e il burattino di Pierre Louÿs. Una pellicola solida, lucida e che puntualmente colpisce l'obiettivo del regista: quella borghesia che per tutta la sua carriera ha più volte scomposto e dissacrato. Rispetto ai suoi film immediatamente precedenti ritrova una precisa linearità narrativa, ma il dispositivo di sabotaggio del linguaggio filmico si sposta all'interno di un personaggio, quello di Conchita, interpretato da due attrici diverse. Alternate senza una ben definibile ragione, le due donne visualizzano plasticamente la doppiezza che il maestro surrealista da sempre ha attribuito ai suoi personaggi femminili.


L'angelo sterminatore (1962)

Tra i vertici del cinema di Luis Buñuel, è una delle opere che meglio ne sintetizza la poetica e lo stile. Fin dal primo fotogramma il dispositivo audiovisivo è piegato dal regista a una radicale volontà sovversiva. Dietro l'apparente nitore e semplicità dell'impianto stilistico, Buñuel costruisce un ferocissimo scherzo che irride la vacuità dei valori borghesi, attraverso una messa in scena costantemente percorsa da allusioni, simboli e trasferimenti di senso. Costretti dentro le quinte di un teatrino da cui, per loro stessa inettitudine, non riescono a uscire, i protagonisti del film regrediscono a uno stadio di animalità che è l'esatta negazione di tutto quello che il loro castrante status sociale esige. Presentato in concorso al Festival di Cannes.


Bella di giorno (1967)

Da un romanzo di Joseph Kessel, poco amato e quindi profondamente alterato nella trasposizione filmica, Luis Buñuel ha tratto il lungometraggio che forse più di tutti lo ha fatto conoscere al grande pubblico. La vicenda di Sèverine, una delle tante donne che popolano il cinema del maestro surrealista, nella sua cristallina linearità è un affilato j'accuse contro l'ipocrisia borghese: nel suo personaggio si condensa un substrato onirico che sin dallo straordinario incipit delinea il profilo della sua identità sociale e sessuale. Storico Leone d'oro a Venezia, con una giuria presieduta da Alberto Moravia, in Italia fu osteggiato dalla censura ma baciato da un notevole successo di pubblico.


Viridiana (1961)

Tra i film più conosciuti e rappresentativi di Luis Buñuel, nonché uno dei titoli della sua carriera che ha ottenuto maggiori consensi critici in tutto il mondo. Resta una delle opere più disturbanti e complesse nella produzione del cineasta spagnolo che, nettamente divisa in due parti raccordate dalla figura centrale della giovane Viridiana, delinea due modelli antitetici di mascolinità: il primo, quello dell'anziano Don Jaime, rimanda all'immagine ricorrente nel cinema di Buñuel del maschio impotente, represso nella sua carica sessuale, che sublima l'erotismo in bizzarre parafilie. Il secondo, quello del prorompente Jorge, incarna un maschilismo sfrontato e insolente, che sottomette con violenza la donna al suo volere. Due sequenze sono entrate nella storia del cinema: la vestizione di Viridiana con l'abito da sposa e la celebre ultima cena (con annesso tableau vivant dell'opera di Leonardo da Vinci) dei reietti nella casa dei padroni.


Un chien andalou (1929)

Quattro anni dopo essersi laureato in lettere all'università di Madrid, un ventottenne Luis Buñuel incontra la corrente surrealista a Parigi e, assieme all'amico Salvador Dalì, produce e sceneggia quello che oggi può essere considerato un manifesto avanguardista straordinario. Un chien andalou, primo film del regista originario di Calanda, può vantare un incipit talmente sconvolgente da aver fatto storia: un occhio – l'organo per eccellenza con cui lo spettatore percepisce l'immagine cinematografica – viene squarciato provocatoriamente. Una rivoluzione che non permette alcun tipo di passività, ma costringe ad affrontare un'esperienza onirica, intensa e surrealista, in cui le suggestioni prevaricano la narrazione.


Il fascino discreto della borghesia (1972)

La frustrazione è il connotato essenziale nella rappresentazione che Luis Buñuel, in tutta la sua filmografia, offre della borghesia. Questo film, tra i più significativi del cineasta spagnolo e da molti considerato il suo capolavoro, esplicita più chiaramente di altri, nelle sue dinamiche e nelle inevitabili conclusioni politiche, tale assunto. L'identificazione del bersaglio da colpire è chiara: una abulica e parassitaria classe dirigente composta da coppie annoiate, fanciulle alcolizzate, funzionari corrotti, prelati violenti e futili gendarmi. Con somma cattiveria, Buñuel condanna questa “compagnia di attori” alla più castrante delle coazioni a ripetere: l'atto mancato. Oscar per il miglior film straniero nel 1973.

Persone

Maximal Interjector
Browser non supportato.