Butterfly Jam
Butterfly Jam
Durata
102
Formato
Regista
New Jersey. Temir (Talha Akdogan) è un adolescente che si trova diviso tra la necessità di aiutare il diner di famiglia a sopravvivere e il sogno di diventare un wrestler famoso. Mentre i suoi successi sportivi proseguono e lo portano persino a parlare in televisione, il rapporto col padre (Barry Keoghan) inizia a incrinarsi dopo che quest’ultimo non accetta un lavoro come chef in un ristorante di lusso.
Sette anni dopo La ragazza d’autunno, l’ex enfant prodige del cinema russo Kantemir Balagov (a ventisei anni aveva vinto il premio FIPRESCI nella sezione Un certain regard di Cannes con Tesnota) torna dietro la macchina da presa dopo un periodo professionalmente e umanamente non semplice. Il regista aveva infatti lasciato la sua terra natale insieme alla fidanzata in seguito all’invasione russa dell’Ucraina del 2022 a cui si era fortemente opposto. Dopo essere stato coinvolto in una collaborazione che poi non è andata in porto con la serie di The Last of Us, Balagov esordisce così in lingua inglese con Butterfly Jam, film in cui si riescono comunque a ritrovare degli elementi centrali del suo cinema, a partire dall’identità e dal senso di appartenenza a una comunità (quella circassa) le cui basi culturali vengono costantemente ricordate, in primis grazie a un piatto tipico della tradizione che diventa la chiave di volta dell’intera sceneggiatura. Dopo aver raccontato prevalentemente personaggi femminili, Balagov si concentra qui sull’universo maschile e, in particolare, su un rapporto padre-figlio trattato in maniera sincera e intensa, seppur vittima di qualche passaggio che sa troppo di già visto. Il regista russo conferma il suo talento, ma incappa qui in alcune limitazioni dettate dalla scelta di dare vita a una sorta di film indie americano un po’ sporco, in cui si sente il suo tocco stilistico alternato però a troppi passaggi di maniera, con riferimenti che spaziano dall’americano James Gray all’inglese Andrea Arnold. Anche il ritmo è purtroppo altalenante, diviso tra sequenze ben orchestrate (le scene più dinamiche e combattive) e altre decisamente fiacche e poco necessarie (soprattutto con l’approssimarsi della conclusione). Il risultato è un prodotto che unisce pregi e difetti, ma il cui limite maggiore risulta quello relativo al rischio concreto di lasciare piuttosto indifferenti e di non essere ricordato a lungo dopo i titoli di coda. Presentato come film d’apertura della Quinzaine des Cinéastes 2026.