Tony Soprano (James Gandolfini), boss mafioso italoamericano in attività nel New Jersey, inizia a soffrire di invalidanti attacchi di panico. Spinto dalla moglie Carmela (Edie Falco) e cercando di nascondere il problema alla sua cricca, primi tra tutti il nipote Christopher (Michael Imperioli) e il fidato consigliere Silvio (Steve Van Zandt), decide di intraprendere un percorso terapeutico con la dottoressa Jennifer Melfi (Lorraine Bracco), che porterà in superficie nevrosi e traumi dovuti in gran parte al complesso rapporto con la madre Livia (Nancy Marchand). Sullo sfondo figli, amanti, problemi gestionali di lavoro e la rivalità con lo zio Corrado Junior (Dominic Chianese), da sempre desideroso di ottenere lo scettro del comando.

«La mattina del giorno in cui sono stato male ero pieno di pensieri. È bello lanciarsi nelle cose quando sono ancora agli inizi. E io sono arrivato un po' troppo tardi, questo è chiaro. Ma da un po' di tempo ho la sensazione di arrivare quando tutto sta finendo... e il meglio è già passato». Il 10 gennaio 1999 andò in onda il primo episodio de I Soprano, e il mondo del piccolo schermo non fu mai più lo stesso. David Chase, ideatore della serie, cambia completamente le regole narrative e strutturali, mettendo in scena un microcosmo criminale che ha totalmente smarrito i suoi codici di riferimento (lontanissimi i riverberi coppoliani della glaciale, adamantina, elegante ferocia propria del Padrino Michael Corleone) e addentrandosi in una sorprendente analisi esistenziale dei vari personaggi che ha quasi il sapore del romanzo d'appendice. La mafia vista dal basso: ispirandosi alle modalità tipiche di Martin Scorsese (e riprendendo, non a caso, parecchi volti del suo cinema, basti pensare a Melfi/Bracco che interpretava Karen Hill in Quei bravi ragazzi, 1990), Chase ridefinisce la rappresentazione di un contesto criminale gretto e miserabile (l'attività di copertura è significativamente la gestione di riciclo rifiuti), privo di ogni aura gloriosa, connotato da una violenza belluina e al tempo grottesca praticata da usurai, tossici, ex galeotti. La banalità del Male nel suo senso più definitivo, a rappresentare un Paese, l'America, in declino verticale. A dominare su tutto e tutti, imponente e soggiogante, Tony Soprano, interpretato da un inarrivabile James Gandolfini, antieroe amato e temuto, cinico ma sensibile, tenero e iracondo, adultero e legato alla famiglia: un sociopatico da manuale, che scardina ogni tipo di cliché e di remora e costringe lo spettatore a tifare per lui, contro ogni senso etico e morale. A guidarci in una dolente autopsia emotiva è la dottoressa Melfi, che smaschera le contraddizioni di un paziente intrappolato in meccanismi di autosabotaggio («Oggigiorno tutti hanno bisogno dello psicologo, dello specialista e tutti vanno nei talk show a parlare dei loro problemi. Ma insomma che fine ha fatto Gary Cooper? L'uomo forte, silenzioso, intrepido. Quello era un americano. Lui non dava retta alle emozioni, faceva quello che andava fatto, e basta. La gente non si rende conto che se si costringe Gary Cooper a dar retta alle emozioni dopo non la finirà più di parlare!») e tenta di sciogliere "l'enigma Soprano" partendo dal rapporto a dir poco conflittuale con la madre, reale origine del caos (in)conscio del protagonista e motore dei rapporti con le donne della sua vita, dalla consorte, alle amanti, passando per la sorella Janice (Aida Turturro). «The greatest work of American pop culture of the past quarter century»: la definizione del New York Times non potrebbe essere più calzante. Tutto inizia e finisce qui: senza Tony Soprano non sarebbe esistito il Walter White di Breaking Bad. Sei stagioni, un finale entrato di diritto nella storia della serialità, 86 episodi, con due picchi da vertigine: L'ultima tequila (S2E13), in cui l'uso del simbolismo definisce l'importanza dei sogni per decifrare il reale, e Caccia al russo (S3E11), perfetta visualizzazione del gusto di Chase per lo sberleffo.

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