Love Letters

Love Letters

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96

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Regista

Nel maggio 2013 il Parlamento francese approva la legge Taubira, che introduce il matrimonio e l'adozione per le coppie dello stesso sesso. Nadia (Monia Chokri) e Céline (Ella Rumpf) sono tra le prime a confrontarsi con la nuova normativa. Dopo essersi sposate, per poter avere un figlio sono costrette a ricorrere a un donatore di sperma all'estero: Nadia rimane incinta ma, alla nascita della bambina, Céline non sarà automaticamente riconosciuta come madre e dovrà avviare una procedura di adozione. Tra i documenti richiesti dal tribunale figurano quindici testimonianze scritte da parenti e amici – le "love letters" del titolo – chiamati a certificare la solidità della loro relazione e il comune desiderio di costruire una famiglia. Proprio per questa ragione, Céline è costretta a riavvicinarsi alla madre, Marguerite (Noémie Lvovsky), una celebre pianista che ha trascorso la vita tra tournée internazionali, rimanendo spesso assente nei momenti più importanti della crescita della figlia. 

Al suo esordio nel lungometraggio, la regista Alice Douard affronta con estrema sensibilità e notevole equilibrio una serie di temi potenzialmente scivolosi, ciascuno dei quali avrebbe potuto facilmente sfociare nel sentimentalismo o nella retorica militante. Le normali difficoltà di una coppia in attesa di un figlio si complicano ulteriormente per le due protagoniste, perché la nuova legislazione lascia ancora aperti molti problemi pratici, trasformandole, loro malgrado, in pioniere di una nuova stagione dei diritti civili. Più che sugli aspetti politici della vicenda, però, la regista concentra l'attenzione sulle conseguenze emotive: mentre Nadia affronta le trasformazioni fisiche della gravidanza, Céline vive una forma di maternità sospesa e deve affrontare le incertezze di una procedura giuridica complessa e ancora poco sperimentata. Non sorprende che questa parte del racconto nasca direttamente dall'esperienza personale della regista. A tutto questo si aggiunge il difficile rapporto con la madre, artista celebre e carismatica, la cui personalità ingombrante ha contribuito negli anni a rendere più difficile per Céline costruire una propria identità. Dal punto di vista stilistico Douard adotta un approccio realistico e minimale, costruendo il racconto attraverso piccoli gesti e momenti di intimità domestica che restituiscono con grande naturalezza la quotidianità della coppia. Particolarmente riuscito è l'impiego della colonna sonora, quasi interamente diegetica: da un lato la musica elettronica e dance che accompagna il lavoro di Céline come DJ e tecnico del suono, dall'altro il repertorio pianistico classico eseguito da Marguerite, creando un efficace contrasto non solo musicale ma anche generazionale e simbolico. Nonostante qualche passaggio scolastico e una messinscena che avrebbe potuto azzardare anche qualcosa in più, Love Letters rappresenta un buon esempio della vitalità del cinema francese contemporaneo, capace di affrontare questioni sociali molto attuali senza rinunciare alla leggerezza narrativa e all'attenzione per i personaggi. Pur senza ambire a risultati rivoluzionari, il film convince per la qualità della scrittura e per la misura della regia, offrendo un racconto intimo, autentico e universale sul desiderio di diventare genitori e di vedere riconosciuti i propri diritti. Presentato alla Semaine de la Critique del Festival di Cannes 2025  

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