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I migliori film di Billy Wilder: la nostra top 10

Tra i registi più importanti della storia del cinema, Billy Wilder si muove magistralmente tra i generi: spesso identificato come regista di commedie, non ha mai mancato un tocco autoriale e una visione graffiante e cinica della realtà hollywoodiana e statunitense, portata sul grande schermo grazie a titoli indimenticabili. Una carriera lunga e ricca, lungo la quale ha conquistato 5 Premi Oscar, un Leone d'oro e un Orso d'oro.


In attesa del nostro workshop (https://bit.ly/38LMJGb), ecco i 10 migliori film di Billy Wilder:


10) Giorni perduti (1945)



Giorni perduti è il film dove più sono palpabili le origini europee di Wilder, che omaggia il cinema tedesco degli anni Venti attraverso la fotografia espressionista tutta ombre e luci di John F. Seitz (memorabile la scena dell'incubo con il topo e il pipistrello) e dimostra un discreto coraggio nel non risparmiare nulla (o quasi) allo spettatore del tempo. Pur evitando qualsiasi deriva retorica o ricattatoria, tuttavia, il film non riesce del tutto a non incappare nelle forche caudine del Codice Hays, al quale sono probabilmente da addebitare la cancellazione dell'omosessualità del protagonista (presente nel romanzo) e un finale leggermente conciliatorio, dove l'amore interviene a risolvere, come con un colpo di spugna, tutte le angosce del protagonista.


9) Fedora (1978)



Billy Wilder s'inventa un ideale capitolo complementare di Viale del tramonto (1950), il suo più grande capolavoro, andando di nuovo a raccontare una storia di decadenza (sia fisica che di popolarità) del mondo, mortifero, malato ma comunque affascinante, di Hollywood. Come nel grande film con Gloria Swanson, infatti, siamo di fronte a una protagonista che vive in balìa del proprio passato da star, egoista e scollata dalla realtà, rifiutando di costruirsi una nuova vita. Nonostante una sceneggiatura (scritta dalla coppia Wilder-I.A.L. Diamond) che non riesce più a essere ficcante come in passato, il film vanta un fascino funereo a cui è impossibile sottrarsi e, soprattutto, un notevole sottotesto cinefilo, grazie alla figura di William Holden.


8) Prima pagina (1974)



Caratterizzato da un uso geniale dello spazio (il film è quasi interamente girato dentro la sala stampa del carcere) e costellato dal consueto carnevale di sottilissime gag firmate Wilder, Prima pagina rappresenta l'ennesimo sberleffo del regista, nato in Europa e trasferitosi oltreoceano, alla falsa presunzione di superiorità dell'America, un paese dove tre grandi poteri (politica, giustizia e stampa) che vengono rappresentati come simbolo della libertà, sono in realtà tra loro collusi e sempre pronti a sfruttarsi a vicenda in modo vile e ipocrita.


7) L'asso nella manica (1951)



L'asso nella manica è la gelida e indignata rappresentazione della contro-etica professionale di un mestiere, il giornalismo, che nella sua storia ha troppe poche volte fatto i conti con la moralità della sua missione. Apologo feroce e attualissimo (si pensi alla tragedia di Vermicino) sul bisogno di sensazionalismo che la stampa alimenta anche nelle vittime delle tragedie (la moglie di Leo Mimosa che aiuta il protagonista a frenare le operazioni), creando un cortocircuito morale-mediatico da cui nessuno esce pulito, men che meno chi, come Chuck (interpretato da un formidabile Kirk Douglas), crede che la consapevolezza della propria meschinità renda più puliti. 


6) Irma la dolce (1963)



Irma la dolce è probabilmente la più gioiosa, libera e spumeggiante opera del regista, dove i classici temi wilderiani come lo scambio di identità e il travestimento vengono incardinati nella storia con una perfezione geometrica, figlia di chi ormai scrive i propri film a occhi chiusi. Nonostante risulti mancante la cattiveria di altre opere recenti a firma Wilder-Diamond, il film danza, per più di due ore, con un brio e un'eleganza unici, potendo benissimo assurgere a simbolo assoluto della commedia wilderiana per il grande pubblico e, forse, della “commedia brillante americana” in assoluto. Manifestando anche una sardonica amarezza di fondo. 


5) A qualcuno piace caldo (1959)



Billy Wilder riesce nel magico compito di dare vita a quella che alcuni critici hanno descritto come “il film perfetto” o “la più grande commedia della storia del cinema”. Se il ritmo (come sempre, in Wilder, fenomenale) e la genialità dell'intreccio (con i temi del travestimento e dello scambio di ruoli, topoi del regista, qui portati a vero e proprio vulnus narrativo) non rappresentano nulla di nuovo nella filmografia wilderiana, è nella capacità di rendere, attraverso il filtro della commedia, leggeri e non scandalosi temi come le stragi dei gangster e, soprattutto, l'omosessualità latente in ogni persona, che Billy Wilder si rivela un vero e proprio genio del cinema, allo stesso tempo malizioso e pungente, delicato e spregiudicato.


4) Testimone d'accusa (1957)



Billy Wilder abbandona il registro della commedia sofisticata, evitando il rischio di perdere smalto su un terreno già ampiamente codificato, e porta sullo schermo la pièce teatrale omonima di Agatha Christie, riprendendo in mano un genere, il giallo, che in passato aveva più volte sfiorato: il risultato è una pietra miliare del legal-thriller contemporaneo. Girato quasi completamente dentro l'aula del tribunale e caratterizzato dalla straripante interpretazione del mattatore Charles Laughton nei panni del panciuto avvocato difensore, Testimone d'accusa è, con ogni probabilità, la miglior trasposizione cinematografica mai fatta da un'opera della Christie (ipse dixit), contraddistinta, come tutte le pellicole di Wilder, da un ritmo travolgente, un rigore quasi geometrico nella compilazione della sceneggiatura e un leggerissimo senso dell'umorismo, che infila una serie di lame nell'ipocrisia della morale comune (in questo caso, rappresentata dalla legge inglese, incapace di mettere le mani sulla verità).


3) L'appartamento (1960)



L'appartamento è la pellicola più amara e feroce di Wilder sui rapporti umani nell'America degli anni ‘60, dove le falsità e l'individualismo del mondo del lavoro invadono, in un processo inarrestabile, anche le dinamiche affettive personali e la vita privata degli individui. Questi si ritrovano, più per inerzia che per vero arrivismo, a sfruttarsi a vicenda nei modi più biechi e desolanti (Bud sfrutta i superiori per fare carriera, i superiori sfruttano lui, le donne dell'azienda sfruttano gli uomini minacciandoli con lo spauracchio di rendere pubbliche le loro scappatelle), andando a formare un grande equilibrio di ipocrisie ed egoismi che ancora oggi colpisce e ferisce. Tutto ciò, e questo è l'aspetto davvero clamoroso, viene veicolato attraverso il registro della commedia leggera hollywoodiana, lontana dagli intellettualismi dei nascenti autori europei. 


2) La fiamma del peccato (1944) 



Il quarto lungometraggio di Billy Wilder, scritto a quattro mani con Raymond Chandler, è uno dei più grandi noir mai apparsi su pellicola. I topoi del genere, dalla dark lady che manipola l'uomo all'ambientazione tutta in interni, passando per le atmosfere afose e fumose delle estati di Los Angeles, ci sono tutti ma vengono distribuiti da Wilder e Chandler con grande rigore e senso della misura, dando così vita a una storia che si dipana con naturalezza rapendo lo spettatore dal primo all'ultimo fotogramma. La scrittura di Chandler, grande romanziere e teorico del nuovo giallo degli anni '40, si esalta nella confessione in prima persona del protagonista, che accompagna con la sua voce narrante l'intera pellicola: un unico (o quasi) lungo flashback in cui i soldi e il sesso assurgono a protagonisti assoluti della storia e, per estensione, a vero motore di ogni azione umana.


1) Viale del tramonto (1950)



Girato da Billy Wilder (qui all'apice della sua carriera) con un registro anomalo, che fonde il dramma, la commedia, ma anche il noir e atmosfere lugubri tinte quasi di horror (tendendo a una fusione totale di tutti i generi classici inventati da Hollywood), Viale del tramonto descrive il cinema come una grande fabbrica di sogni e di schegge di immaginario collettivo (le strade di cartapesta degli studi della Paramount che, nella vita del personaggio di Nancy Olson, costituiscono i luoghi d'infanzia, se non proprio i luoghi dell'anima del passato), mettendone contemporaneamente in risalto l'anima oscura nella stigmatizzazione di semidei abbandonati come relitti. E a un contenuto di straziante verità va ad aggiungersi la scelta, radicale e coraggiosa, di adottare il punto di vista di un morto, ulteriore prova del collasso di un mondo in putrefazione.

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