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Viaggio nel "metodo" Carlo Verdone: le maschere irripetibili, le musiche, le malinconie

Carlo Verdone, nato a Roma il 17 novembre 1950, compie oggi 70 anni e dal 1980 ha diretto quasi trenta film. Il primo, Un sacco bello, che ha compiuto quarant’anni lo scorso gennaio, si stagliò fin da subito come il prototipo del "metodo Verdone": lo spartiacque fondamentale che traghettò comico televisivo di buon successo, diplomato in regia al Centro Sperimentale e figlio del docente di Storia del Cinema e storico dell'arte Mario Verdone, nel più decisivo, influente, citato e paradigmatico dei nuovi comici italiani emersi negli ultimi quattro decenni.

A fargli da padrino artistico c’era Sergio Leone, produttore del film che, folgorato dalle apparizioni televisive del giovane Carlo ("Me fai ride, ma devo ancora capì perché"), si caricò sulle spalle il peso di fargli da tutor e talent scount tutt'altro che a mezzo servizio, svolgendo per lui qualunque mansione con estrema umiltà e crudo e insolente cinismo pedagogico, un sentimento di cui la romanità, nella sue applicazioni più alte e sofisticate, è assolutamente specialista: autista personale nel primo giorno di riprese; accompagnatore notturno e dispensatore di rilassanti aneddoti macabri e romaneschi in una leggendaria passeggiata su Ponte Sisto e dintorni, che Verdone ha raccontato spesso in tv (era la sera precedente al primo ciak, Leone citofonò a ora tarda: "Nun stai a dormì eh"); aiuto regista incaricato di scaricare nella fontana di Santa Maria in Trastevere trombettieri insolenti (ne parlava Verdone stesso, domenica scorsa, ospite da Fabio Fazio a Che tempo che fa per festeggiare il suo compleanno); dispensatore di rimproveri e rimproveri terrificanti davanti a tutta la troupe, forse l'atteggiamento più rilevante e decisivo per formare un giovane cineasta.

C’era la colonna sonora di Ennio Morricone, in Un sacco bello, a inaugurare un’attenzione per le musiche che nei film di Verdone è sempre presente e mai adeguamento sottolineata. La sceneggiatura la firmavano i mitologi Benvenuti e De Bernardi ("Sergio Benvenuti com’è?", soppeserà il Sergio Fantoni di Borotalco meditando di cambiare nome, che poi diventerà Manuel), mostri sacri della commedia all’italiana di ogni ordine e grado, e a rivederlo ancora oggi Un sacco bello non ha perso un briciolo della sua forza propulsiva e pirotenica: era e rimane una sorta di meteorite della comicità conficcato in un torrido e deserto ferragosto romano, in cui la Città Eterna e le sue maschere erano graziate da un istrionismo grottesco che accoglieva al suo interno, senza negarne l’umanità dolce, fatale e meschina, tic, idiosincrasie, meschinità e debolezze di uomini comuni come lo spaccone Enzo, lo sfaccendato e post-sessantottino Ruggero (sublime esempio di mimesi vocale, specialità assoluta del metodo Verdone), il padre fascista interpretato da un monumentale Mario Brega, il tenero e ingenuo Leo e la bella spagnola Marisol, omaggiati di recente da Carl Brave nell'ultima traccia del suo album Coraggio, che del "verdonismo" replica nel mood certo dolce, verace e confidenziale disincanto esistenziale: archetipi eterni e senza tempo, faticosi ma irrinunciabili come la Città che li ospitava e che oggi pare così tragicamente deprivata di quella vitalità schietta e traboccante.

Come recita la nostra scheda del film, “al di là delle esilaranti macchiette è interessante, seppure acerbo e discontinuo, lo sguardo malinconico e al contempo sagace con cui Verdone descrive una società italiana ferita e segnata dagli anni di piombo che si approccia al nuovo decennio con una speranza di normalità, lasciando da parte delusioni e dispiaceri”. Alcuni personaggi e alcuni sketch sono ripresi dallo spettacolo televisivo Non stop del 1978, fucina di talenti capitanata dal grandissimo pigmalione Enzo Trapani e della quale Verdone era uno dei massimi fiori all’occhiello. Un sacco bello ne sancisce la prima, ruspante ma tutt’altro che rozza, trasfigurazione cinematografica, che negli anni verrà declinata in vari modi e attraverso varie stagioni, decenni e fasi storiche dell'Italia e degli italiani, permettendo a Verdone di diventare un familiarissimo e ultra-citato totem del costume.

Del cinema di Verdone sopravvivono naturalmente tantissime battute: il celebre “cargo battente bandiera liberiana” di Borotalco; la frase «’Sta mano po’ esse fero e po’ esse piuma: oggi è stata ‘na piuma», come diceva er Principe di Mario Brega in Bianco, rosso e Verdone, riproposizione smagliante della struttura a episodi di Un sacco bello con l’aggiunta dell'infantile e impacciato Mimmo, gemello ideale ma ancora più autistico di Leo, e della nonna, interpretata dalla Sora Lella; ma anche l'epocale “'o famo strano” dei coatti Ivano e Jessica di Viaggi di nozze, divenuta forse il suo mantra più celebre, popolare e riconoscibile: un mortifero ed esilarante urlo di battaglia, un invito auto-imposto all'erotismo, forzatamente diverso e fuori dalle avvilenti logiche dell'anonimato, conficcato nel cuore degli anni '90.  

Sono invenzioni mai fini a stesse, che dietro l’iperrealismo della smorfia tradiscono sempre la radiografia di una profondità di costume ben più ampia e sfaccettata, in certi casi perfino di un malessere insondabile ma mai proposto in forma gratuitamente pessimista. “Ma che te voi desiderà”, dice la Jessica di Claudia Gerini, una delle sue attrici predilette insieme a Margherita Buy, in una virata dolente e notturna di Viaggi di nozze. Un campione d'incassi della commedia nostrana fine millennio dove a salvarsi dalla catastrofe non sono né i tamarri circensi ma in fondo sempre più annoiati e disperati per via della routine della stravaganza forzata, né tantomeno il pignolo e orrido barone della medicina Raniero Cotti Borroni e la povera moglie interpretata da Veronica Pivetti, ma la coppia più normale, più rassicurante, più medio-piccolo borghese, quella composta da Giovannino e Valeriana. Una rivalsa e un manifesto della purezza della normalità in un’Italia sempre più chiassosa e rinchiusa nelle proprie smanie di mitomania, che Verdone, dal cult Borotalco fino al “berlusconiano” Gallo Cedrone, ha smesso maneggiato come un baratro irrecuperabile, ma anche come un inesurabile serbatoio di umanità sulla quale interrogarsi. Senza mai anteporre filtri giudicanti e col vincolo di una morale che purtroppo, nei suoi ultimi film, da tanti anni a questa parte ha ceduto il passo a un moralismo più pretesco e ingombrante (in questo slittamento risiede, forse, l'involuzione più marcata del cinema verdoniano).

È però, prima di tutto, la lucidità nelle gestione dei registi e dell’economia delle maschere, il segreto del “metodo” Verdone: il motivo per cui, nei film migliori come nei più opachi, non è difficile riconoscersi nei suoi bulli di quartiere, negli omini goffi e impacciati, nelle donne che ha saputo raccontare con una tenerezza pensosa che l’ha fatto transitare dall’etichetta limitante di "erede di Alberto Sordi" al bollino di “autore malincomico”. La comicità di Verdone da sempre coltiva un certo stupore nell'unire il distillato della comicità più cristallina all’osservazione deformante dei caratteri e dei sentimenti e lui stesso, dopotutto, ha rubato indistintamente peculiarità vocali e fisiche ad amici d’infanzia e semplici abitanti della sua Roma: città di cui è sempre stato un costante, e negli ultimi anni naturalmente sempre più mesto, osservatore attento e premuroso. Il ruolo che Paolo Sorrentino gli ha assegnato ne La grande bellezza, un personaggio che non poteva non chiamarsi Romano, ha consegnato non a caso agli annali del cinema italiano del nuovo millennio la delusione, l'abbandono e lo smarrimento di ogni illusorio gioco di prestigio e menzogna consolatoria applicata alla romanità, tutte cose cui la Capitale è stata faticosamente ammantata, fino alla rassegnazione più nera e mortificante, negli ultimi anni.

Il piglio più stralunato e sognatore di Verdone, al contrario, era già tutto in Borotalco, tra gli apici della sua filmografia sotto tanti aspetti e sicuramente il più decisivo nell’uso delle musiche (di Lucio Dalla, in quel caso, con la splendida L’ultima luna sui magnifici titoli di testa), che nella sua filmografia spaziano da Vasco Rossi ai Procol Harum, dal Jimi Hendrix di Maledetto il giorno che t'ho incontrato agli Stadio di Acqua e sapone: canzone eponima che appare come un manifesto delle idiosincratiche e buffe figure della galleria di ritratti femminili verdoniani, ai quali però è spesso concesso un salvagente innocente che in tanti casi manca ai suoi maschi (soprattutto a quelli non interpretati da lui). Il tutto con ampie spruzzante di affetto e compassion,e dietro il paravento dei giochi di seduzione e dell’innamoramento da grande schermo che si è rinnovato puntuale con ogni sua musa cinematografica. "Di notte poi si trucca lo sai / E tutta la città impazzisce / Ormai si parla solo di lei / Della bambina che stupisce / Stupisce con la semplicità / Di una malizia che non nasce / Non nasce dalla volgarità / Ma da un'adolescenza che fiorisce", recita il testo, estremamente emblematico, del brano degli Stadio.

Se Compagni di scuola è indiscutibilmente il più ambizioso e compiuto di Carlo Verdone nell'amarissimo bilancio esistenziale di un gruppo di disillusi trentenni, il suo film che Verdone preferisce è un po’ a sorpresa, con l’esubero di attenzioni e amore che spesso si riservano solo ai figli più sfortunati, Stasera a casa di Alice, triangolo amoroso (almodovariano fuori tempo massimo, per Tommaso Labranca) in cui il Saverio da lui interpretato e il Filippo di Sergio Castellitto si innamorano della stessa donna, l’attrice e doppiatrice pornografia Alice interpretata da Ornella Muti. Pur non essendo senz’altro il miglior Verdone, rivisto oggi appare un prodotto paradigmatico, collocato all’inizio degli anni ’90 e fulmen in clausola dell'edonismo adolescenziale eighties ormai mortificato di Compagni di scuola: un congedo inesorabile, nient'affatto magnifico e progressivo, dalla commedia all’italiana, con la crisi d'identità del maschio impegnata a farsi vettore di un’amarezza che si trascina, e si chiude dietro, la porta della tragedia.

Elementi che Verdone, dopo due film musicali asfittici e gemelli come Sono pazzo di Iris Blond e C’era un cinese in coma, rispolvererà nella ritrovata maturità “alleniana” di Ma che colpa abbiamo noi e L’amore è eterno finché dura. Segnando un distacco dal suo passato e approdando infine a una stagione del suo cinema, l’ultima, di gran lunga meno ispirata e non all’altezza del valore di Verdone, ma in cui si segnaleranno comunque, accanto a tante statiche riproposizioni del passato, il sodalizio di grande successo commerciale con Silvio Muccino ne Il mio miglior nemico, epigono a tutti gli effetti dei cinepanettoni di Aurelio De Laurentiis, e i Manuali d’amore, dove alberga e germina anche il Verdone più ipocondriaco, come sua notoria fissa per la medicina impone, e ingrigito. Aspettando, dopo l’uscita del suo ultimo film congelato dal coronavirus, Si vive una volta sola, la mini-serie Amazon Vita da Carlo in cui Verdone tornerà a raccontarsi dalla sua casa sopra i portici e lo farà - scommettiamo - con la simpatia, l'eloquenza sincera e la bonomia di sempre, qualità che sotto il profilo tanto cinematografico quanto umano non sembrano essergli mai mancate. 

Le musiche di Verdone:

Davide Stanzione

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