Rinomato primario di chirurgia di prestigio internazionale, Gabrielle (Léa Drucker) è una donna concreta e ambiziosa, sposata con Henri (Charles Berling), e dall'agiata vita borghese. Totalmente concentrata sul lavoro e schiacciata dal peso delle responsabilità, nel momento in cui realizza che la propria vita le sta sfuggendo di mano, inizia a interrogarsi sull'amore, sul desiderio e sull'inesorabile scorrere del tempo. 

Come facilmente intuibile dal titolo, il ritratto al femminile messo in scena da Charline Bourgeois-Tacquet (classe 1986) non ha come punto focale una storia eccezionale: quello che scorre sullo schermo, con naturalezza ed elegante fluidità di regia, è un quadro impressionista che scatta una istantanea universale. La figura della donna emancipata ma fragile, vista in una dimensione intima rapportata a un preciso status sociale, diventa il cuore pulsante di un film di vibrante intensità, dal tocco profondamente francese nel frammentare la narrazione in vari capitoli che aiutano a capire le varie sfaccettature della protagonista e nel guardare al cinema di Mia Hansen-Løve e Stéphane Brizé (con anche un rimando cinefilo a Rivette nella bellissima scena della performance teatrale nell'appartamento). Le certezze di Gabrielle si frantumano, si ricompongono e poi crollano di nuovo. L'ossessione iper contemporanea del lavoro a costo di schermarsi dagli affetti più veri, lo sguardo rivolto solo a se stessi, la sensazione di poter chiedere sempre senza concedersi mai, il colpevole distacco dai problemi "reali" (il fronte di guerra ucraino) sono spunti di riflessione efficaci, che assumono statura straordinaria grazie all'interpretazione a dir poco incredibile di Léa Drucker. Fino a che punto è disposta a spingersi Gabrielle per scuotere ciò che ha costruito? Questo è l'interrogativo cruciale attorno a cui ruota un film molto ben diretto e recitato, a cui non mancano però momenti sul filo della banalità o dinamiche in cui il compromesso vince su scelte che avrebbero potuto essere più audaci (il finale in primis). Molto riusciti il personaggio della scrittrice Frida (Mélanie Thierry) e quello di Arlette (Marie-Christine Barrault), la madre di Gabrielle malata di Alzheimer; abbastanza sciapa e tirata via, invece, la figura del marito Henri, anello debole del film nel momento in cui la tensione dei rapporti cresce. Da segnalare la presenza in un piccolo ma significativo ruolo dello scrittore, giornalista e poeta italiano Erri De Luca. Presentato in concorso al Festival di Cannes.


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