Araya
Araya
Durata
90
Formato
Regista
Ventiquattro ore nella vita degli abitanti della penisola di Araya, affacciata sul Mar dei Caraibi nel nord-est del Venezuela. Qui, da centinaia di anni, l’unica ricchezza è il sale, e la vita di tutti gira intorno a questo elemento marino.
Un documentario cui narrazione scorre fluida come un film di finzione, o una finzione dalla precisione e sincerità di sguardo di un documentario? In realtà, classificare questa pellicola non è semplice. La regista Margot Benacerraf (che gira il suo primo e ultimo lungometraggio per dedicarsi poi alla salvaguardia e alla divulgazione del cinema venezuelano grazie alla fondazione della Cinemateca Nazionale) realizza un poema visivo accompagnando la vita dei personaggi con una macchina da presa che non si fa mai invadente e con una voce narrante poetica ed essenziale a un tempo. Seguendo una personale visione del cinema etnografico, Benacerraf fa della quotidianità povera e isolata un canto epico. Senza cadere nella trappola della romanticizzazione, però: il suo sguardo è lucido sia nel mostrare difficoltà e brutture di questa terra salina che ulcera le gambe dei suoi lavoratori, sia nel cogliere lo splendore quasi abbacinante di quel bianco a perdita d’occhio. Le immagini finali, con l’arrivo di tecnologia e automatizzazione, sollevano un ultimo, straziante dubbio, lasciato senza risposta: le macchine aiuteranno la vita di questi abitanti, o la spazzeranno via? Una regia e una fotografia di grande bellezza esaltano paesaggi e persone, rosi da sale e mare eppure irriducibili: non si può rimanere indifferenti dopo la visione. Presentato in concorso al festival di Cannes, dove vinse il premio FIPRESCI ex aequo con Hiroshima mon amour di Resnais.