Una vita rovesciata

La Vie à l'envers

Anno

Paese

Generi

Durata

92

Formato

Regista

Jacques Valin (Charles Denner) è un agente immobiliare parigino dall’aspetto ordinario, che convive con Viviane, una modella esuberante e indipendente; quando la coppia decide di sposarsi, nell’uomo scatta l’esigenza di un cambiamento radicale: si allontanerà progressivamente dal lavoro, dagli amici e dalla stessa moglie, decidendo di ritirarsi in una solitudine sempre più estrema, fino a far sorgere dubbi sulla sua salute mentale. 

Alain Jessua, nato a Parigi nel 1932, iniziò negli anni Cinquanta come assistente di importanti registi (Jacques Becker, Max Ophüls e Marcel Carné). Una vita rovesciata, presentato sia al Festival di Cannes sia a quello di Venezia nel 1964, segna il suo esordio nel lungometraggio. Pur non essendo mai stato incluso nel nucleo originario della Nouvelle Vague, in questo film Jessua dialoga in modo evidente con i colleghi più celebri, riproponendone alcuni aspetti formali e stilistici ormai riconoscibili: rifiuto della narrazione classica, uso della voce fuori campo e del monologo interiore, ellissi e ripetizioni, ma soprattutto le lunghe passeggiate en plein air e l’attenzione per i luoghi. Per gran parte del film seguiamo il protagonista lungo le strade, nei locali, nei cinema e, anche a causa della sua professione, all’interno di numerosi edifici parigini, in una città che diventa spazio mentale prima ancora che semplice scenario. Notevole l’interpretazione di Charles Denner, che sembra porre qui le basi psicologiche del suo personaggio più celebre, Bertrand Morane ne L’uomo che amava le donne di François Truffaut, realizzato tredici anni dopo. Ne La vita rovesciata Denner interpreta un uomo che prende le distanze dal mondo borghese a cui appartiene attraverso una frattura lucida e consapevole, raccontata però con un tono distaccato e ironico che impedisce al film di scivolare nel puro dramma psicologico. C'è qualche ingenuità narrativa nella parte centrale, ma resta un esordio interessante e originale, che unisce uno stile vicino alla Nouvelle Vague a una riflessione sulla libertà e l’alienazione, pienamente inserita nel clima culturale degli anni Sessanta, ma che non troverà un seguito altrettanto convincente nelle opere successive di Jessua.




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