Una troupe cinematografica sta girando un documentario su Ben (Benoît Poelvoorde), un giovane sadico e violento. Filmando i suoi efferati omicidi, i registi si ritrovano più coinvolti del previsto. 

Un mockumentary dal soggetto interessante e che avrebbe avuto le carte in regola per diventare una brillante e nerissima messa a nudo della società moderna e dello sguardo voyeuristico di cui il cinema si fa strumento per eccellenza. Bastano però pochi minuti per capire che ogni lettura profonda viene agilmente evitata da una messa in scena che preferisce in cambio una gratuità che, per assurdo, si fa presto piuttosto innocua. La violenza è infatti così eccessivamente reiterata che lo spettatore anestetizza pressoché subito il proprio senso di inquietudine e di indignazione, finendo semplicemente per annoiarsi. È un peccato, perché la confezione in 16mm e il ruvido montaggio avrebbero meritato esiti migliori. Al suo primo lungometraggio, Poelvoorde gigioneggia con gusto, ma si diverte più lui che il pubblico. Nonostante tutto, il film è stato profondamente divisivo ed è diventato un cult underground, vincendo anche parecchi premi, tra cui un paio collaterali al Festival di Cannes. In Italia venne distribuito direttamente in VHS, senza passare per il buio della sala.





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