Crouching Tiger, Hidden Dragon: Sword of Destiny
Wo hu cang long: Qing ming bao jian
Durata
96
Formato
Regista
Cina imperiale, verso la fine del XVIII secolo: dopo la morte del leggendario Li Mu Bai, la celebre spada “Destino Verde” continua a essere oggetto di desiderio e simbolo di prestigio nel mondo dei guerrieri. Yu Shu Lien (Michelle Yeoh), decisa a proteggerla e a custodire l’eredità spirituale del maestro, si ritrova coinvolta in una nuova serie di rivalità, alleanze e combattimenti che riportano in scena i temi dell’onore, del sacrificio e dell’amore impossibile.
Il mitico Yuen Woo-ping, classe 1945, regista di oltre venti film d’azione ma diventato celebre in Occidente all’inizio del nuovo millennio come direttore delle coreografie di Matrix, Kill Bill e La tigre e il dragone, superati i settant’anni ha la possibilità di dirigere il suo primo film internazionale ad alto budget. Si tratta proprio del sequel del film di Ang Lee del 2000, un’opera che ottenne un successo inatteso in tutto il mondo (4 Oscar su 10 nomination), grazie alla capacità di combinare in modo efficace la tradizione del cinema wuxia, un'intensa componente spirituale orientale e un impianto da melodramma classico, sostenuto dalle interpretazioni di tre degli attori cinesi più iconici e riconoscibili: Michelle Yeoh, Zhang Ziyi e Chow Yun-fat. La sensazione di fondo, in questo sequel, è però che manchi totalmente qualunque forma di equilibrio: vengono mescolati molti ingredienti di successo senza trovare davvero la ricetta giusta. A partire dagli immancabili combattimenti di cappa e spada che, pur essendo spettacolari e impeccabili dal punto di vista tecnico e coreografico, non sembrano aggiungere molto a quanto già visto in passato. Non aiuta la scelta della lingua inglese: a parte Michelle Yeoh, gran parte del cast è composta da giovani attori americani e australiani di origine orientale che appaiono decisamente fuori posto. Anche le ambientazioni neozelandesi, con paesaggi sospesi tra montagne scoscese, insieme alle sontuose scenografie, danno più la sensazione di trovarsi in uno dei capitoli de Il Signore degli Anelli che nella Cina del Settecento. In definitiva, si tratta della perfetta operazione targata Netflix: prendere un modello di successo e, senza badare a spese, ridurne complessità e durata. Il risultato però è del tutto superficiale e inconsistente: un peccato, davvero, perché le premesse di fare qualcosa di meglio c'erano tutte.