Rental Family - Nelle vite degli altri

Rental Family

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103

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Phillip (Brendan Fraser) è un attore americano che vive da alcuni anni in Giappone. Dopo una certa notorietà grazie a spot pubblicitari, accetta ormai qualunque proposta e finisce a lavorare per un servizio di Rental Family, agenzie specializzate nel fornire attori capaci di interpretare parenti o amici in occasioni particolari. I primi incarichi scorrono senza difficoltà, ma la situazione si complica quando un anziano attore, ormai dimenticato da tutti, gli chiede di accompagnarlo nei luoghi della propria infanzia, all’insaputa della famiglia, e soprattutto quando Phillip si trova ad impersonare il padre di Mia, una ragazzina che non ha mai conosciuto il suo vero genitore americano.

Il tema non è del tutto originale, anzi: basti pensare ad esempio a Family Romance, LLC di Werner Herzog, che aveva già raccontato il rapporto artificiale tra un “padre” e una “figlia” in Giappone; a Il banchetto di nozze, in cui Ang Lee metteva in scena un matrimonio simulato per mascherare una relazione omosessuale; oppure Yorgos Lanthimos che con Alps affrontava il tema dell'elaborazione del lutto con toni molto più freddi e disturbanti. In questa assenza di spunti realmente innovativi stanno i limiti maggiori del film di Hikari, regista e fotografa che lavora tra Stati Uniti e Giappone, nota anche per aver diretto alcuni episodi della serie Netflix Beef. L'originalità manca ma non la delicatezza: il tono è intimo, lo stile realistico e l’attenzione si concentra sui dettagli psicologici dei personaggi. Quella delle agenzie Rental Family è una pratica difficile da comprendere per un pubblico occidentale, ma diffusa dagli anni Novanta in poi, come risposta alla crescente solitudine urbana e alla forte pressione sociale legata ai ruoli familiari e professionali. In un contesto in cui il supporto psicologico è stato a lungo meno diffuso e meno accettato socialmente rispetto ad altri paesi, può apparire più semplice proteggere la propria immagine e reputazione ed evitare imbarazzi ricorrendo a relazioni temporanee regolate da contratti molto specifici, e proprio su questo confine sottile tra performance e scambio emotivo che il film costruisce la sua riflessione. La presenza di un attore americano dal fisico imponente immerso nella realtà nipponica richiama inevitabilmente Lost in Translation di Sofia Coppola. Ma se lì la cifra stilistica era proprio la totale incapacità di Bill Murray di comprendere ed interagire con la realtà che lo circondava, rimanendo rinchiuso nella sua gabbia dorata, qui il convincente Brendan Fraser prova costantemente a superare le barriere culturali e linguistiche. Lo vediamo accompagnare i suoi clienti tanto in cerimonie formali — matrimoni, funerali — quanto in momenti quotidiani: a scuola, al mercato, al ristorante, in treno, ed è proprio in queste situazioni ordinarie che il film trova i suoi momenti più riusciti. Nonostante alcuni passaggi scolastici e la sensazione costante di già visto, il film risulta comunque piacevole: Hikari evita ogni immagine turistica o da cartolina del Giappone e preferisce spazi periferici, realmente vissuti, offrendo un racconto sobrio e genuino che non forza le emozioni. 





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