Premi Principali

Leone d’argento per la miglior regia alla Mostra del Cinema di Venezia 2026

Durata

195

Formato

Unione Sovietica, 1928. Dau (Teodor Currentzis) è un brillante fisico di origine greca, un idealista che viene chiamato al servizio dello Stato per creare una delle armi più letali della storia. In un istituto di ricerca segreto, la vita è regolata dall’ambizione scientifica, dal potere, dalla sorveglianza e dal privilegio. Mentre la sua libertà individuale si riduce, Dau cerca altrove, al di fuori del matrimonio, una forma di liberazione attraverso una serie di relazioni, finendo per smarrire se stesso e la propria capacità di amare. 

Partiamo dall’antefatto: questo film, ispirato alla vita di Lev Landau, è parte di un gigantesco progetto multidisciplinare e antologico, ideato dallo stesso regista e situato a metà tra cinema, arte e antropologia. Le prime presentazioni del contenitore DAU sono state a Parigi all’inizio del 2019 e hanno poi coinvolto vari musei e festival (alla Berlinale 2020 sono stati inseriti in cartellone due lungometraggi) con una quantità enorme di girato e una lavorazione in cui le attrici e gli attori erano coinvolti in una sorta di Grande fratello, dove rimanevano all’interno dei loro personaggi per tutto il periodo delle riprese. Come sottolineato dallo stesso regista «il risultato di oltre vent’anni di lavoro: un’opera che riunisce immagini girate quindici anni fa e scene recenti in un’esperienza cinematografica possibile solo oggi». Il progetto DAU è uno degli atti più radicali fatti nel mondo dell’audiovisivo del Nuovo millennio e questo film ne è una sorta di sintesi, dato che nella seconda parte sono tanti i personaggi e le storie che si sono già osservati nei prodotti usciti in precedenza. Il film DAU è anche però l’idea originaria di tutto il resto, essendo che il personaggio del fisico costretto a scendere a compromessi per sopravvivere è stata proprio la molla da cui è partito Ilya Khrzhanovsky per dare il via a tutto il suo folle e monumentale piano di lavoro. Aperto da immagini che sembrano richiamare il cinema di Dziga Vertov e con diversi passaggi che guardano all’arte di Sergej Ejzenstejn, DAU è certamente un film in cui il montaggio è sovrano, un lungometraggio frammentato che segue la vita del suo protagonista fino all’epilogo: anche per questa ragione è un lavoro più accessibile dei precedenti, maggiormente coerente dal punto di vista narrativo, seppur ci sia qualche ridondanza nella seconda parte. La prima ora, però, è stupefacente, ricca di sequenze di grandissimo cinema che possono far echeggiare addirittura il nome di Andrej Tarkovskij (la scena di un incendio dentro una torre è splendida). È un film strano DAU, un’esperienza multiforme in cui si mescolano alto e basso, riflessioni politiche e degrado umano, un’opera obliqua in cui anche la geometria delle inquadrature spesso segue regole tutte sue. È però anche un film terrificante sul potere e su quanto una dittatura generi simbolicamente un universo chiuso, incestuoso, da cui è impossibile scappare. Il risultato è una pellicola imperfetta ma pulsante, prolissa ma vibrante, grottesca e maestosa. Un film che non rende la potenza complessiva del grande progetto che ha alle spalle, ma che riesce ugualmente a trasmettere un’ambizione e una fiducia nel cinema semplicemente fuori dal comune. Un film dove documentario, sogno, visione e memoria diventano stati equivalenti di un’unica realtà, non più lineare né immutabile, in sintonia con i principi della fisica quantistica. Un film vivo, insomma. Presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia dove ha vinto per la miglior regia.

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