Fatherland

Fatherland

Premi Principali

Premio per la miglior regia al Festival di Cannes 2026

Durata

82

Formato

1949. Thomas Mann (Hanns Zischler), scrittore Premio Nobel, e la figlia Erika (Sandra Hüller) compiono insieme un viaggio in auto attraversando la Germania in rovina, ancora devastata dal Secondo conflitto mondiale: da Francoforte, dominata dagli americani, raggiungono Weimar, controllata invece dai sovietici. Tornato a casa dopo sedici anni di esilio negli Stati Uniti, Thomas Mann deve affrontare non solo una patria divisa, ma anche una profonda frattura all'interno della sua stessa famiglia. 

Pawel Pawlikowski riprende il filo del discorso iniziato con Ida (2013) e proseguito con il successivo Cold War (2018), esplorando con il suo stile ellittico e raffinatissimo i temi dell'identità, della famiglia, dell'amore e della colpa nel tumulto e nella confusione dell'Europa del dopoguerra. Quella che si è venuta a a costituire è una magnifica "trilogia sulla memoria" incentrata sulle conseguenze nell'animo dell'uomo di quel tragico e devastante dramma che fu la Seconda guerra mondiale. L'autore polacco, regista e sceneggiatore di classe sopraffina, capace di parlare di conflitti universali concentrandosi sull'intimità dei personaggi, coglie in maniera struggente e poetica il clima opprimente e funereo di una fase storica che ha avuto devastanti ripercussioni anche sulla contemporaneità. Un'opera di bellezza cristallina, fredda e un po' cervellotica, ma allo stesso tempo ricca di un'infinità di dettagli, di annotazioni e di rime interne che danno vita a una profonda riflessione storica e umana. La Guerra Fredda, elemento centrale per capire il passato e ragionare sul presente, ha (ancora) un ruolo centrale: se in Cold War si sovrapponeva al melodramma, qui si lega maggiormente a un discorso incentrato sul ruolo dell'artista e sulla necessità che l'Arte si schieri e si impegni politicamente. La Patria (Fatherland) del film è sia la Germania di Mann, su cui grava lo spettro del nazismo, sia la Polonia dello stesso Pawlikowski, al centro di drammatiche dinamiche geopolitiche, sia l'Europa, in continua e affannosa ricerca di coesione, ma sono anche gli Stati Uniti, nazione in cui Mann ha ritrovato una "seconda" patria dopo essere fuggito dal proprio paese di origine a seguito dell'incendio del Reichstag e l'ascesa al potere di Hitler. Un'opera intellettuale ma mai ostica, segnata da un profondo senso di morte (la figura di Klaus Mann, gemello di Erika, è estremamente significativa in questo senso), che è anche un saggio di maestria cinematografica, la cui sceneggiatura è in parte basata sul romanzo Il mago (2021) di Colm Tóibín, immaginario racconto biografico della vita di Mann. Impossibile non notare i riferimenti a Il posto delle fragole di bergmaniana memoria, con cui ha diversi punti contatti (per quanto a volte ribaltati di segno). Finale a dir poco straordinario. Anche quest'opera, come i due film precedenti del regista, si avvale della magnifica fotografia in bianco e nero di Łukasz Żal (La zona d'interesse). Presentato in concorso al Festival di Cannes dove Pawlikowski ha vinto per la miglior regia, ex aequo con Los Javis, registi de La bola negra. 


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