I figli della scimmia
Durata
110
Formato
Regista
Dario (Riccardo Scamarcio) è padre di un bambino disabile, al quale dedica ogni cura e attenzione, e ha un bellissimo rapporto con il figlio adolescente di suo fratello. Nel crescente legame con il nipote ritrova il figlio che avrebbe voluto avere, e assume il ruolo del padre che avrebbe potuto essere. Un gioco di proiezioni e desideri inespressi che finirà per incrinare l’equilibrio interiore di Dario e travolgere l'intera famiglia.
Primo lungometraggio di finzione per Tommaso Landucci, che sceglie un approccio per nulla semplice per parlare (anche) di genitorialità. Il personaggio di Dario è diviso tra l’amore per il figlio Enrico (Andrea Aggio) e le sempre più crescenti attenzioni per il nipote, di cui diventa confidente e con cui può ritornare a vivere la passione per il motocross. Nel farlo, diventa via via più assente nella vita del figlio, non presentandosi durante un’importante operazione e addirittura dimenticandolo in piscina dopo un allenamento. Quello che ne esce è il ritratto ambivalente e realistico di un padre ora premuroso ora distante, che è in contrasto anche con la moglie (Lidiya Liberman) e il fratello (Fausto Russo Alesi). L’indicibile, il desiderio che il figlio sia altro da sé (o direttamente un’altra, idealizzata, persona), è raccontato attraverso sguardi dolenti, distacco in apparenza impercettibile, che Scamarcio evoca bene in quella che è una delle sua prove migliori. Landucci però si fa fagocitare dal suo protagonista non dando molto spazio agli altri personaggi, e questo rischia di essere un limite non da poco, soprattutto quando la prospettiva di Enrico non è quasi mai presente: con l’eccezione di una scena in cui rifiuta le cure del padre, se lui provi rabbia, tristezza o perfino gelosia per il progressivo allontanamento di Dario non è dato saperlo. Il risultato è però ugualmente un film sentito e dal finale sinceramente emozionante, che per tutta la durata evita pietismi e retoriche tossiche sulla disabilità, a cui però avrebbe giovato una scrittura che mettesse più in luce anche gli altri personaggi, che per ovviare al minutaggio contenuto sono a volte costretti ad esprimersi in dialoghi un poco didascalici. Un’altra piccola nota di demerito: pur essendo ambientato in Piemonte, quasi nessun personaggio ha una reale inflessione settentrionale, favorendo l’andamento linguisticamente centralizzante che il cinema italiano sta proseguendo ormai da fin troppo tempo. Presentato nella sezione Orizzonti della 83ª Mostra del Cinema di Venezia, dove ha vinto il premio alla migliore sceneggiatura (di Damiano Femfert e dello stesso Landucci) e al migliore attore protagonista.